Parigi e la profezia di Girard

La profezia dell’intellettuale francese ha preso corpo, il Bataclan è diventato un mattatoio e l’escalation di violenza dal Medio Oriente è arrivata a casa nostra

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Parigi, venerdì 13 novembre 2015. Non abbiamo finito di piangere René Girard, morto lo scorso 5 novembre, che la profezia di questo antropologo e sociologo, apologeta del cristianesimo, ha preso corpo in un incubo: l’Isis si è guadagnato la sua Saint-Barthélemy.

Girard aveva previsto tutto, nel 2007, nel suo ultimo libro, Portando Clausewitz all’estremo. Un libro sull’apocalisse annunciata nei vangeli, decodificata nella storia della violenza umana eccitata dal rifiuto della rivelazione cristiana. Un libro sulla guerra, Vom Kriege, illuminato da un’intuizione di uno stratega da tavolino, divorato dal risentimento, che scopre involontariamente la formula dell’apocalisse: «la tendenza all’estremo». L’altro nome di Satana. Un libro che spiega come, in Francia, la rivoluzione, con la «guerra di popolo» inaugurata a Valmy e l’avventura napoleonica, apre un’era moderna ove la violenza, non più istituzionalizzata nel «diritto di guerra» e non più contenuta nel quadrato ove linee di soldati in merletti si scambiano scariche di fucileria, è destinata solo a degenerare. Quando parla di «sterminio del nemico», con l’occhio sulla miccia dei suoi cannoni, Clausewitz diventa profetico: il duello fra gemelli rivali, Francia e Germania, che segnerà d’ora in poi la storia europea, dalla guerra franco-prussiana sfocerà nella prima e nella seconda guerra mondiale. Nel puro sterminio.

Ma la «religione guerriera» clausewitziana, attraversato l’olocausto nucleare di Hiroshima, punta oggi nella direzione del terrorismo islamico, che da essa ha imparato tutto, secondo Girard. Porta al mattatoio del Bataclan. Esordisce dicendo che se trent’anni fa ci avessero detto che l’islamismo avrebbe raccolto il testimone della Guerra Fredda, ci saremmo messi a ridere. Non risparmia dettagli nel prefigurare l’attuale catastrofe. Intravede – badate siamo nel 2007 – proprio nello scontro fra sciiti e sunniti in Iraq e Libano, provocato dall’incompetente e colpevole politica estera americana, che è riuscita a spezzare la coesistenza fra questi fratelli nemici da sempre, la causa storica dell’attuale escalation incontrollata della violenza nel Medio Oriente, arrivata all’Occidente. Ha previsto l’Isis. Prevede l’asimmetria fra la «guerra regolare» condotta con attacchi aerei che si pretendono intelligenti e la «guerra irregolare» dei kamikaze che si pretende santa.

Investiga il profilo psicologico di questi nuovi combattenti, interrogandosi sugli attentatori dell’11 settembre. Di gente come Atta che proveniva da una famiglia borghese egiziana e ha passato al bar con i suoi complici le ultime tre sere prima dell’attentato. Si chiede: chi affronta il problema dell’anima di questi uomini, di chi sono, quali sono le loro motivazioni? Che cosa significa l’islam per loro? Che cosa significa uccidersi per una simile causa? La modernità occidentale contempla sì che il ressentiment possa portare alla vendetta violenta, ma cosa può rendere attraente la prospettiva di uccidere l’altro togliendosi la propria vita?

Quest’ultimo «filosofo del reale» ci spalanca davanti l’abisso conradiano.

Foto Ansa

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