Paragonarsi su come, quando e perché spendere i soldi è qualcosa che prude più della lana sulla pelle

Uno brama la nuova cover per l’iPad, mentre tu hai già buttato l’occhio sul maglioncino melange. Il problema non è godere di uno stipendio in più, ma avere la libertà di rischiare il confronto con l’altro


In Arabia Saudita aumentano sempre più le controversie fra coniugi, dovute a una tradizione che nelle emancipate donne occidentali son certa infiammi più raccapriccio di un pozzo di petrolio: in cambio di “protezione”, nel ricco paese arabo, è il marito a percepire lo stipendio della moglie. Di primo acchito, al pensiero del dileguarsi della mia busta paga, ho provato anch’io un brivido d’orrore. Se l’usanza valesse anche da noi, mio marito scoprirebbe ad esempio del mio recente aumento di salario di quasi duecento euro. Non che glielo abbia esattamente nascosto, sia chiaro; l’ho solo investito in modo sicuro, senza dargli lo stressante fastidio del doversene preoccupare. Al giorno d’oggi, decoltè, creme-notte e romanzi chick-lit  sono investimenti più tutelati di titoli in borsa, e meno inflazionati di titoli di studio… Quanto meno dove lavoro io: è più facile ottenere una promozione se dimostri cinque anni in meno, piuttosto che se hai frequentato un master serale in più.

Ma poi ci ho riflettuto meglio: e questa del marito-prendi-tutto non mi è parsa un’idea così malvagia. Tanto per cominciare, se lui si accollasse gli interi introiti derivanti dai nostri lavori, avrebbe su di sé anche tutta la responsabilità di gestirli; a lui i salti mortali per iniziare a far quadrare i conti, triangolare le esigenze di mamma-papà-figli, e chiudere il cerchio a fine mese. Allora capirebbe anche tanto sul costo della vita. Vedi la questione che è venuta fuori fra di noi tre sere fa: com’era mai impossibile fare rientrare in cento euro, anche il gioco per la Wii, dopo aver comperato giusto il necessario per la serata? Di questi tempi, l’insalata bio, le fettine di vitello, l’illuminante viso Elisabeth-Arden non te li regalano.

Poi c’è tutta la faccenda del sommerso… In mancanza di una mia autonomia economica, non potrei più contare su quel margine da spendere in sordina per le “mie” spesucce. Ma questo mi leverebbe anche tutto un mare di problemi che nascono dal dover inabissare alcuni dei miei acquisti in fondo all’armadio, giù a picco come nel triangolo delle Bermuda; per poi centellinarli piano piano, in modo da farli digerire a tempi intervallati. Mai più prendisole nuovi che spuntano fuori dal guardaroba invernale, come primule a novembre! Tutta la procedura di stoccaggio diventerebbe più trasparente di una vetrina in Montenapoleone.

E forse è questo quel che ci spaventa di più. Sì, perché alla fine il problema non è in primis godere di uno stipendio in più, ma avere la libertà di rischiare il confronto con l’altro. Un altro che brama la nuova cover per l’iPad, mentre tu hai già buttato l’occhio sul maglioncino melange. Paragonarsi su come, quando e perché spendere i soldi è qualcosa che prude più della lana sulla pelle.
Certo, con due carte di credito a disposizione, tutto parrebbe più facile: sono tessere che viaggiano su binari paralleli; ma se convergono in uno solo, devono per forza condividere la direzione; e diventare l’unica tessera di un grosso puzzle che si chiama progetto. Qualcosa che quando tocca l’autonomia finanziaria, a noi occidentali infastidisce come un sasso nella scarpa.
Un sasso che ci costringe all’umiltà di un passo indietro. O magari verso oriente. In qualsivoglia direzione ci dirigiamo, qualcosa da imparare rischiamo di portarcelo a casa. Oltretutto gratis…
Chicca di fortuna, cento per cento occidentale: poter fare un accordo di questo tipo per amore di  una scelta condivisa, piuttosto che per resa a un vincolo imposto, resta senza dubbio un privilegio.