Papa Francesco: «Siate inquieti. Non accontentatevi di programmi apostolici da laboratorio»

Nel giorno del Santissimo Nome di Gesù, il Pontefice ha ricordato il primo sacerdote gesuita di recente iscritto al catalogo dei santi: «Nei suoi desideri Favre poteva discernere la voce di Dio»

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Papa Francesco, nell’officiare questa mattina la messa nella ricorrenza del Santissimo Nome di Gesù nella Chiesa del Gesù, si è rivolto a tutti i sacerdoti dell’ordine gesuita, ricordando l’inquietudine che muoveva Pietro Favre, primo sacerdote dell’ordine e di recente iscritto nel catalogo dei Santi: «Noi, gesuiti vogliamo essere insigniti del nome di Gesù, militare sotto il vessillo della sua Croce, e questo significa: avere gli stessi sentimenti di Cristo. Significa pensare come Lui, voler bene come Lui, vedere come Lui, camminare come Lui. Significa fare ciò che ha fatto Lui e con i suoi stessi sentimenti, con i sentimenti del suo Cuore». Per fare questo occorre che essere disposti a “svuotare” il proprio cuore, ossia «essere uomini che non devono vivere centrati su se stessi perché il centro della Compagnia è Cristo e la sua Chiesa (…). Essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta».

PIETRO FAVRE. Per questo, quindi, bisogna guardare all’inquietudine che mosse Pietro Favre, che, come ricordò Benedetto XVI nel 2006 era «uomo modesto, sensibile, di profonda vita interiore e dotato del dono di stringere rapporti di amicizia con persone di ogni genere. Tuttavia, era pure uno spirito inquieto, indeciso, mai soddisfatto. Sotto la guida di sant’Ignazio ha imparato a unire la sua sensibilità irrequieta ma anche dolce e direi squisita, con la capacità di prendere decisioni». Favre era un uomo di grandi desideri, capace di riconoscere, anche quando la realtà si faceva difficile, lo spirito vero che muove all’azione: «Ecco la domanda che dobbiamo porci: abbiamo anche noi grandi visioni e slancio? Siamo anche noi audaci? Il nostro sogno vola alto? Lo zelo ci divora? Oppure siamo mediocri e ci accontentiamo delle nostre programmazioni apostoliche da laboratorio? Ricordiamolo sempre: la forza della Chiesa non abita in se stessa e nella sua capacità organizzativa, ma si nasconde nelle acque profonde di Dio. E queste acque agitano i nostri desideri e i desideri allargano il cuore. Quello di Sant’Agostino: “Pregare per desiderare e desiderare per allargare il cuore”. Proprio nei desideri Favre poteva discernere la voce di Dio. Senza desideri non si va da nessuna parte ed è per questo che bisogna offrire i propri desideri al Signore».

IL DESIDERIO DI ANNUNCIARE IL VANGELO. Per Favre, tutto ciò si traduceva in un desiderio profondo di «essere dilatato in Dio», e quindi di annunciare il Vangelo a tutti, con dolcezza e fraternità: «La sua familiarità con Dio lo portava a capire che l’esperienza interiore e la vita apostolica vanno sempre insieme. Scrive nel suo Memoriale che il primo movimento del cuore deve essere quello di “desiderare ciò che è essenziale e originario, cioè che il primo posto sia lasciato alla sollecitudine perfetta di trovare Dio nostro Signore”. Favre prova il desiderio di “lasciare che Cristo occupi il centro del cuore”». Il Papa ha poi chiuso la sua omelia rilanciando il valore della testimonianza di Pietro Favre a tutto l’ordine dei gesuiti: «Noi siamo uomini in tensione, siamo anche uomini contraddittori e incoerenti, peccatori, tutti. (…) Noi che siamo egoisti, vogliamo tuttavia vivere una vita agitata da grandi desideri. Rinnoviamo allora la nostra oblazione all’Eterno Signore dell’universo perché con l’aiuto della sua Madre gloriosa possiamo volere, desiderare e vivere i sentimenti di Cristo che svuotò se stesso. Come scriveva san Pietro Favre, “non cerchiamo mai in questa vita un nome che non si riallacci a quello di Gesù”».

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