«Papa Francesco è l’unico che non si è dimenticato di noi». Intervista al cardinale arcivescovo di Sarajevo

«Siamo una Chiesa vivace che vuole ricostruire, ma che per farlo ha bisogno di essere sostenuta. La visita del Papa mi fa sperare in un’accelerata del processo di pace». Parla Vinko Puljic

In Bosnia Erzegovina, dove le ferite delle divisioni etniche della guerra, che lacerò il paese dal 1992 al 1995, non si sono ancora chiuse, lo stanno aspettando tutti, cattolici, ortodossi e musulmani. Papa Francesco è davvero atteso con ansia, perché un paese che sembra un «punto nero dimenticato da tutti, avrà, dopo tanti anni, i riflettori puntati addosso». Ad accoglierlo «con sollievo e gioia» ci sarà anche il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo che ha vissuto il dramma del conflitto e quello successivo di «una pace mai veramente raggiunta».

Cosa ha pensato quando ha saputo della visita del Pontefice?
Per me, per noi,questa visita è una gioia. Un grande aiuto per raggiungere la vera la pace e il dialogo, ma sopratutto per la Chiesa cattolica, che ha sofferto durante la guerra e che da allora non ha mai smesso di sanguinare. Siamo felici anche perché ci sentiamo abbandonati dalla comunità internazionale, dai media che non parlano mai di noi, mentre il Papa ci sta dicendo che lui, invece, non ci ha dimenticati.

Quali sono gli ostacoli alla pace?
Da una parte, c’è poca volontà politica, per cui non viene facilitato il ritorno dei profughi le cui case sono state occupate durante la guerra. Lo Stato, che non è un vero stato democratico, è debole politicamente e economicamente e questo crea un livello di disoccupazione tale per cui la maggioranza dei nostri giovani emigra. La Chiesa soffre anche per questo. Siamo tre popoli con religioni diverse: i croati cattolici, i serbi ortodossi, e i bosniaci musulmani. Se sulla carta abbiamo gli stessi di dritti, di fatto non è così: noi cattolici siamo discriminati nella ricerca del lavoro o nei processi giudiziari. Motivo per cui le ostilità etniche restano.

Cosa ostacola il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina?
Dobbiamo entrare in Europa affinché siano garantiti i princìpi democratici, necessari a far ripartire il paese e a darci un’economia stabile. Ora l’Unione Europea ci dice che non è possibile aderire al trattato in queste condizioni. Il problema è che siamo vincolati agli accordi di Dayton, che hanno suddiviso la rappresentanza politica sulla base delle etnie di appartenenza, cristallizzando quindi le divisioni. Accordi che gli Stati Uniti non vogliono modificare. L’entrata in Europa, però, sarebbe importante non solo per noi ma per tutta l’Unione Europea: l’alternativa è rimanere un punto nero, instabile, dove si fomenta la criminalità e il fondamentalismo alimentato da persone istruite nei paesi europei. Il problema è comune e affrontarlo separatamente è svantaggioso per tutti.

Nonostante questo la Chiesa non è scomparsa e i cattolici hanno mantenuto la fede. Basti pensare alle folle accorse in questi anni a Medjugorje per le apparizioni mariane. Vede una speranza?
Quello che posso dire è che a Medjugorje la gente prega, si confessa e si converte. E dove il popolo prega, c’è speranza. Sono contento perché la nostra fede non è svanita e anzi, nonostante le ferite della guerra, le nostre famiglie frequentano ancora la Messa, pregano insieme a casa e vivono cristianamente. Siamo una Chiesa vivace che vuole ricostruire, ma che per farlo ha bisogno di essere sostenuta. La visita del Papa mi fa sperare in un’accelerata del processo di pace.

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