Outlet Italia. I nostri gioielli piacciono, ma non sempre vendere è un bene

In tempo di crisi il made in Italy si porta a casa a buon mercato. Ma vendere è un bene solo se permette una continuità aziendale e lavorativa. Parlano Luigino Bruni e Nicola Porro

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – I soldi non hanno passaporto. Sembra la massima perfetta per giustificare la vendita delle eccellenze made in Italy, per non cedere ai sentimenti. È vero, se i soldi stranieri servono per dare continuità aziendale e quindi occupazionale non ci si può lamentare. A partire da quest’estate i giornali si sono occupati insistentemente della vendita del Milan a una cordata di cinesi. Niente cancellerà la storia scritta da Berlusconi ma oggi per stare al passo delle big servono grandi risorse economiche, proprio quelle che hanno promesso i nuovi acquirenti. Una stretta al cuore per l’addio a un presidente che rimarrà unico avrà colpito i milioni di tifosi rossoneri, ma alla fine per tornare grandi quel che serve sono i soldi. E quindi bye-bye e tante grazie caro Silvio. Welcome Li Yonghong.

Eppure il fatto che così tante eccellenze italiane cambiano pelle non può lasciarci indifferenti. Vale per il Milan e varrà anche quando Bernardo Caprotti deciderà di vendere la sua amata Esselunga, l’ultima delle aziende italiane tirate in ballo dai giornali. Questa volta pare che l’indiscrezione sia più di una semplice possibilità. Durante l’estate, infatti, due importanti fondi internazionali di private equity – Cvc e Blackstone – hanno presentato altrettante manifestazioni d’interesse per acquisire Esselunga. La valutazione che secondo i quotidiani è stata fatta per l’azienda di Caprotti è di circa 6,5 miliardi di euro. Una valanga di quattrini che, visti i quasi 91 anni dell’imprenditore milanese, non serviranno tanto per monetizzare l’investimento di una vita, quanto per garantire un futuro ai suoi supermercati e agli oltre 22 mila dipendenti. Poco importa se sulla sede centrale a Limito di Pioltello, nel Milanese, presto sventolerà una bandiera a stelle e strisce. L’importante è che gli eredi non disfino quello che, con magistrali intuizioni e metodologie rivoluzionarie, Caprotti ha costruito in quasi sessant’anni di attività.

Che il made in Italy piaccia non è una novità ma una tendenza che in questi anni è andata crescendo, come emerge da una recente ricerca di Italia Oggi Sette sulle acquisizioni fatte dal 2011 al 2015. La domanda da farsi è se questo shopping frenetico dei nostri gioielli sia un fattore positivo o meno per il nostro paese. Sul caso Esselunga il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha fatto sapere che preferirebbe una soluzione italiana, ma crede «che l’Italia abbia comunque interesse a portare sul suo territorio investitori internazionali se vogliamo crescere in un mercato aperto e competitivo». Appunto: i soldi non hanno passaporto. Ma l’economista Luigino Bruni non è totalmente d’accordo: «Se un gruppo straniero viene in Italia, fa dei progetti e degli investimenti allora va bene», spiega a Tempi.

Ma non sempre è così, soprattutto quando entrano in gioco gli speculatori: «I fondi di private equity sono in mano a migliaia di piccoli azionisti, banche e assicurazioni. Hanno altre motivazioni rispetto agli imprenditori. Arrivano, comprano e quando hanno ottenuto il loro obiettivi, cioè fare profitto nel più breve tempo possibile, mollano tutto e se ne vanno. Un fondo di investimento che compra un’azienda di 50 dipendenti nel Bergamasco, tra i primi interessi non ha il territorio e il suo sviluppo. Il suo obiettivo è fare profitto velocemente. Per questo bisognerebbe vendere a chi ha a cuore il progetto. E questi possono essere solo gli imprenditori il cui obiettivo è massimizzare il progetto in un medio lungo periodo, non il profitto. L’imprenditore è for project, il fondo è for profit».
Dello stesso avviso è il vicedirettore del Giornale e conduttore di Matrix, Nicola Porro. Che a Tempi aggiunge: «Piuttosto che a un fondo di private equity mi auguro che Esselunga finisca nelle mani di un industriale. Va bene anche se non italiano. Ma devo dire la verità: ci sono ottimi esempi di multinazionali straniere che operano nel nostro paese, quelli della grande distribuzione però non hanno risultati esaltanti come quelli di Esselunga».

Da agricoltori a industriali
Quello che l’indagine di Italia Oggi Sette mette in evidenza è anche «un implicito atto di accusa nei confronti del nostro paese, che non riesce a trovare le energie per risollevarsi dalla crisi e che non sa dotarsi di una politica economica e fiscale competitiva come quella di altri paesi concorrenti». L’Italia ha partorito, e continua a farlo, ottime idee imprenditoriali che però, molto spesso, non sono in grado di fare il salto di qualità reso necessario dalla globalizzazione dei mercati. «Lo Stato dovrebbe dare un segnale forte, perché le nostre aziende hanno un valore civile ed economico troppo importante per il nostro paese. E lo stiamo perdendo. Da 1971 al 1980 abbiamo triplicato le imprese, da 300 mila a un milione. Abbiamo messo a reddito il patrimonio di artigiani, mezzadri, allevatori che si sono messi a fare impresa. Abbiamo trasformato un paese principalmente agricolo e povero facendolo diventare una nazione industriale che partecipa al G7», attacca Bruni. «In questi anni di crisi abbiamo avuto una vera e propria emorragia di cultura a volte anche secolare. Manca una politica industriale seria, che sappia almeno in parte far fronte a questa emorragia. Non si tratta solo del caso dei supermercati di Caprotti, qui stiamo parlando di migliaia di piccole e medie imprese che in questo periodo non sono riuscite a gestire la crisi».

Ma il segnale dello Stato tarda a venire. La legge di Stabilità che sarà presentata a metà ottobre in Parlamento destina le poche risorse che abbiamo – o che tenteremo di recuperare – al welfare invece che a politiche economiche a favore di aziende e occupazione. «Il governo dovrebbe mettere le imprese nelle condizioni di essere competitive. L’Italia è il secondo paese d’Europa dove le imprese pagano le tasse più alte, ormai siamo intorno al 66 per cento. E il cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti è ormai alle soglie del 50 per cento», sottolinea Porro.

Qualità, una nostra prerogativa
Altro aspetto curioso è legato al fatto che, nonostante i complicati aspetti burocratici, giudiziari e a volte politici, oltre al problema della tassazione del lavoro, gli stranieri vengono in Italia e comprano quel che vogliono. Evidentemente il made in Italy conviene. «Certo che conviene», spiega l’economista Bruni. «In tempo di crisi si compra sempre a buon prezzo, infatti il valore di molte aziende italiane quotate in Borsa dall’inizio della crisi a oggi si è più che dimezzato. Non è il caso di Esselunga, ma tanti dei nostri imprenditori stanno mollando a causa di difficoltà economiche. Vendono perché non sono più in grado andare avanti. Dietro questa scelta spesso c’è la disperazione». Certo che se l’ipotesi è chiudere e creare disoccupati, nessuno è contrario alla cessione dell’attività a chi, almeno sulla carta, ne dovrebbe garantire la continuità.

Infatti non necessariamente la vendita di un’azienda italiana a un gruppo straniero è un male. Italia Oggi Sette ha scritto che «le quasi 500 aziende italiane vendute all’estero negli ultimi anni hanno accresciuto il loro fatturato del 2,8 per cento l’anno, la produttività dell’1,4 per cento e l’occupazione del 2 per cento». Significa che molte acquisizioni, oltre a salvare posti di lavoro, hanno prodotto un miglioramento di tutte le performance industriali. «Dobbiamo slegarci dal lato sentimentale», spiega Porro. «Il tema non è la proprietà, ma piuttosto che le unità produttive e il cervello rimangano in Italia. Se noi siamo in grado di essere attraenti nei confronti dell’estero tanto meglio. Gucci è diventata una multinazionale globale e continua a produrre anche in Italia. San Pellegrino dopo la cessione è cresciuta in modo esponenziale e ora è un marchio di beverage che trovi ovunque nel mondo. Bottega Veneta è passata da essere attività eccellente ma piccola, a multinazionale del lusso. E tutto è ancora prodotto in Italia. Il punto vero è che chi compra lo faccia non solo per conquistare fette di mercato, ma soprattutto perché riconosce che in Italia c’è un saper fare che resta una nostra prerogativa quasi inimitabile».

Foto Ansa

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