Otto paesi Ue contro il Green Deal

Paesi dei Balcani e dell’Est Europa esprimono il loro dissenso per un Green Deal che non lasci nessuno spazio almeno al gas naturale.

Mentre l’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini si insospettisce per l’insistenza della Von Der Leyen a volere legare il Recovery Fund (RF) al Green Deal dell’Unione Europea, e il senatore della Lega Alberto Bagnai denuncia una manovra franco-tedesca per fare del fondo in discussione un volano per la transizione all’elettrico delle industrie automobilistiche tedesca e francese a spese dei contribuenti di tutta Europa che dovranno sovvenzionare con nuove tasse l’ampliato bilancio europeo, otto paesi dei Balcani e dell’Europa dell’Est mettono nero su bianco il loro dissenso rispetto a un Green Deal che non lasci nessuno spazio almeno al gas naturale.

La Commissione europea sta infatti conducendo una revisione delle linee guida per i finanziamenti comunitari all’Infrastruttura dell’energia transeuropea (Ten-e nell’acronimo inglese) che sarà pronta per la fine del 2020, e molto fa pensare che di tre opzioni che sono sul tavolo – una graduale fuoriuscita dal gas, per il quale si continuerebbero a finanziare gasdotti nel mentre che si promuovono le energie rinnovabili; una totale fuoriuscita dal gas con finanziamento di condutture solo per idrogeno, biogas o gas prodotti dall’elettricità; una scelta esclusiva per l’elettricità e le reti ad essa destinate – la prima verrà completamente scartata. Sarebbe una decisione in sintonia con quella presa dalla Bei (Banca europea degli investimenti), che nel novembre scorso ha annunciato che dal 2021 non finanzierà più nessun progetto riguardante l’energia fossile, senza nessuna differenza fra carbone, petrolio o gas, ma contraria a quella votata nel febbraio scorso dal Parlamento europeo, che ha approvato una revisione della lista dei progetti per l’energia che hanno i requisiti per essere finanziati con fondi europei contenente anche 32 progetti relativi al gas naturale.

La mozione di Verdi e Sinistra unita per escludere i 32 progetti è stata respinta col voto di quasi tutti i deputati degli altri gruppi presenti nell’Europarlamento. Quella però era la lista della Commissione Juncker: ora la Commissione europea Van Der Leyen potrebbe spostarsi sulle posizioni più intransigenti, soprattutto nel momento in cui si trovasse a disporre delle ingenti risorse del RF. Per questo motivo otto paesi della Ue (Bulgaria, Grecia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria) hanno deciso di unire le forze e farsi sentire con una dichiarazione comune intitolata “Il ruolo del gas naturale in un’Europa a neutralità climatica”. “Neutralità climatica” è la locuzione preferita dalla Ue come sinonimo di emissioni zero di CO2, obiettivo da raggiungere entro il 2050 secondo l’impegno preso dalla stessa Ue con il Green Deal.

«Nel processo di transizione dai combustibili fossili solidi», scrivono gli otto paesi, «dobbiamo garantire la sicurezza delle forniture energetiche e allo stesso tempo farci carico degli aspetti sociali ed economici di questo processo, con particolare enfasi sul superamento delle conseguenze dell’attuale situazione causata dal Covid 19. Dal momento che gli stati membri e le loro regioni presentano situazioni molto diverse, la politica dell’energia e del clima della Ue dovrebbe riconoscere l’esistenza di differenze nazionali e regionali e dovrebbe permettere che siano adottate soluzioni su misura per pervenire a un’Unione Europea a emissioni zero nel 2050. Una transizione basata esclusivamente sulle fonti di energia rinnovabile non considera la necessità di un mix energetico diversificato nella Ue. Essa poi non può essere realizzata nel volgere di un giorno e sarà più costosa di soluzioni combinate che prevedano elettricità e gas. Inoltre per una decarbonizzazione a lungo termine siamo ancora privi delle tecnologie a emissioni zero che possano essere sviluppate nella scala necessaria con costi socialmente ed economicamente accettabili per produrre volumi sufficienti di calore per le nostre case e le nostre industrie». 

Dunque bisognerebbe dare ancora una chance al gas naturale, che emette il 60 per cento di CO2 in meno rispetto al carbone (largamente utilizzato in Polonia, Romania e altri paesi dell’Est) e che «rappresenta il più veloce e sostenibile percorso intermedio verso una economia non più a intensità di emissioni e a un miglioramento dell’aria». Gli otto paesi insistono particolarmente su due concetti. Il primo è che il gas naturale rappresenterà per un certo tempo un’energia di riserva a cui ricorrere per supplire a episodi di scarsità dovuti all’intermittenza delle energie rinnovabili. Il secondo è che le moderne infrastrutture per il gas naturale potranno veicolare anche altri tipi di gas non fossile, perfettamente neutrali.

«Lo sviluppo accelerato di energia rinnovabile richiede massicci investimenti non solo nelle reti elettriche, ma anche nell’infrastruttura per il gas, incluso lo stoccaggio per far sì che queste fonti addizionali per la generazione di energia elettrica raggiungano i clienti con costi ottimali. In tale contesto, il gas naturale finisce per essere una riserva decisiva e una fonte di equilibrio per lo sviluppo di energia rinnovabile e del sistema elettrico. (…) Col graduale aumento della parte di energia rinnovabile intermittente (eolico e solare) nel mix energetico, la grande flessibilità resa possibile dall’infrastruttura per il gas sarà essenziale per un’efficiente operatività dei sistemi dell’energia di certi paesi e regioni d’Europa». 

Il documento si conclude perorando la causa dei finanziamenti europei a nuovi gasdotti, con la promessa che saranno costruiti in modo da trasportare anche altri tipi di energia:

«La maggioranza dei progetti di infrastrutture per il gas è destinata a diventare progressivamente più integrata come infrastruttura chiave di un’Europa a neutralità climatica, grazie alla capacità di trasportare non solo gas naturale, ma anche bio-metano, idrogeno, gas sintetico o anidride carbonica. (…) Le infrastrutture per il gas dovrebbero pertanto essere considerate come uno dei facilitatori di una transizione veloce e sostenibile verso una generazione di calore ed elettricità, trasporti, processi industriali, riscaldamento e rinfrescamento domestici più puliti. (…) L’interruzione del sostegno a un ulteriore sviluppo delle infrastrutture per il gas che contribuirebbero e favorirebbero la transizione energetica, renderà molto difficile per gli Stati membri mobilitare sufficienti finanziamenti per coprire i massicci bisogni per progetti infrastrutturali di importanza fondamentale, (…) è di cruciale importanza mantenere il sostegno della Ue e l’assistenza finanziaria per lo sviluppo di infrastrutture per il gas attraverso uno schema abilitante, fondi strutturali e prestiti per investimenti».

Il dissenso rispetto alla decisione della Bei del novembre scorso non potrebbe essere più chiaro. La Ue, che intende essere la prima area del mondo a neutralità climatica entro il 2050, rappresenta il 9 per cento di tutte le emissioni a livello mondiale. Fra il 2000 e il 2018 le sue emissioni di CO2 si sono ridotte da 5,1 a 4,2 miliardi di tonnellate all’anno; nello stesso periodo il totale mondiale delle emissioni aumentava da 19,5 miliardi di tonnellate a più di 36. In Cina nello stesso periodo le emissioni sono aumentate da 5.100 a 13.400 miliardi di tonnellate, in India da 1.600 a 3 mila. 

Foto Ansa