Giannino: «Se alla Cina sfugge di mano la crisi, saranno dolori per tutti»

Primi segni negativi per l’economia cinese. «È in atto una correzione dopo una crescita impetuosa». L’analisi di Oscar Giannino

Anche la Cina è in difficoltà. Il ministro delle finanze cinese Lou Jiwei, intervenendo a Washington a margine della Conferenza sul dialogo strategico Cina-Stati Uniti, ha detto che la crescita economica del Paese quest’anno potrebbe fermarsi al 7 per cento, chiudendo il 2013 mezzo punto percentuale al di sotto dell’obiettivo ufficiale dichiarato dal governo. Sarebbe la prima volta che succede dall’adozione dei piani quinquennali per l’economia. Così come per la prima volta dopo 17 mesi le esportazioni della Cina hanno registrato un segno meno (-3,1 per cento a giugno). Semplice rallentamento o crisi? L’abbiamo chiesto al giornalista economico Oscar Giannino, che ci ha messo in guardia dai rischi sistemici che un collasso del Dragone potrebbe comportare.

Giannino, come valuta l’annuncio di Jiwei?
Siamo di fronte all’ammissione formale da parte delle autorità cinesi che un rallentamento del mercato è in atto. Ormai è innegabile, come del resto dimostrano anche gli ultimi dati negativi su pil ed export; e l’indice pmi della Cina – per quanto le statistiche cinesi vadano sempre prese “con le pinze” (si sono infatti moltiplicati negli ultimi anni i report che le mettono in discussione) – si è di molto avvicinato a quota 50, che è quella che divide le economie in contrazione da quelle in sviluppo. Una conferma indiretta dell’attendibilità dell’annuncio di Jiwei, inoltre, viene dal fatto che ha sollevato immediatamente così tanto rumore tra gli operatori di borsa e del mercato da rendere indispensabile una correzione tre ore più tardi da parte del ministero. Ministero che ha detto che l’obiettivo di crescita resta quello inizialmente dichiarato dai piani quinquennali del 7,5 per cento.

Si tratta di una vera e propria crisi o di un semplice rallentamento?
È chiaro che non si può continuare a credere nella sostenibilità di tassi di crescita che per 15 anni sono stati nell’ordine di grandezza delle due cifre, ma che sono stati ottenuti in buona sostanza mediante il ricorso a un credito ipergonfiato e una componente elevatissima di investimenti sia pubblici sia privati (intorno al 50 per cento sul pil) che hanno, però, generato debito pubblico nascosto a livello locale nonché cattiva qualità del ritorno sugli investimenti. Ed è normale che a un certo punto arrivi un rallentamento.

Meglio dunque parlare di rallentamento?
In realtà sarebbe più corretto parlare di correzione di una crescita impetuosa, frutto della presa di consapevolezza da parte delle autorità cinesi. Il problema adesso, però, è quello di evitare che questo rallentamento possa sfociare in una crisi che sfugga di controllo. Cosa di cui il mondo in questo momento non ha assolutamente bisogno. Ma sono in pochi a rendersi conto di cosa vorrebbe dire il venir meno di un operatore come la Cina in un contesto di crisi dell’economia mondiale. Pensiamo, per esempio, cosa potrebbe succedere a settori come quelli delle commesse edili, dell’acciaio o della metallurgia in seguito a un calo dell’economia cinese. Personalmente tifo perché le autorità cinesi prendano il controllo della situazione.

Cosa si deve fare per scongiurare un simile scenario?
Sicuramente è auspicabile che crescano i consumi interni della Cina per sopperire al calo fisiologico dell’export: bisogna spingere i cinesi a consumare di più – cosa che, tra l’altro, farebbe gli interessi di molti esportatori italiani come, per esempio, le aziende del lusso – e di questo il governo si è accorto, tanto che è stato il tema centrale dell’ultimo congresso del Partito comunista cinese; solo che ci vorranno almeno dieci anni, perché, da questo punto di vista, le cose possano assestarsi. Un altro tema connesso è quello di regolare l’accesso al credito per la popolazione.

In che senso?
Oggi, la Cina viaggia tra due estremi: da un lato, c’è il canale del credito ufficiale, stimato mediamente essere compreso tra il 200 e il 240 per cento del pil e alimentato in questi anni dalla banca centrale cinese che ha inondato di soldi le grandi banche pubbliche. Dall’altro, c’è la pratica diffusissima dello shadow banking, cui si appoggiano la miriade di micro esercizi commerciali locali che operano solo su disponibilità di cassa, liquidità pura; è un sistema di credito per così dire “oscuro”, informale, fatto da intermediari finanziari e non finanziari che si appoggiano alla più ampia varietà di veicoli giuridici disponibili e talvolta operano anche su base personale o familiare, arrivando a prestare pacchi di centinaia e migliaia di dollari su cui praticano interessi molto più elevati di quelli ufficiali, fino anche al 24 per cento, muovendo uno stock di trilioni di dollari. Ma la Cina – e questo è positivo – sta provando a far capire che nessuno potrà più contare su soldi di Stato a qualsivoglia tasso di interesse e, al tempo stesso, sta provando a disciplinare l’accesso al credito secondo standard più trasparenti, meno lontani da quelli occidentali. Ciò è importante perché se la crisi del credito cinese dovesse sfuggire di mano, l’impatto sul mondo sarebbe tale da far sembrare Lehman Brothers un piccolo temporale.