Ortega y Gasset. La modernità della tradizione

Il peso delle masse e della loro «peculiarità nazionale» secondo quello che fu per Camus il massimo autore europeo dopo Nietzsche

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José Ortega y Gasset

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Se si volesse tentare una sintesi di un pensiero denso come quello di Ortega y Gasset dovremmo dire che è il maggior studioso della fenomenologia “dell’uomo massa”, di quell’individuo smarrito e disarmato creato dalla complessità della modernità, immerso nella precarietà e nell’angoscia della “società di massa”. E in questo il pensiero di José Ortega y Gasset (1883-1955), che Albert Camus definisce il più grande scrittore europeo dopo Nietzsche, risulta essere di estrema attualità. Quando un secolo fa ammoniva circa i limiti del quotidiano, la minaccia permanente di annichilimento, i sentimenti di «un popolo di gente volgare» e le arroganze di improvvisate élite oligarchiche, rintracciava tutti elementi che ancora oggi minacciano l’esistenza delle nostre società. E quando punta l’indice contro la decadenza della sua Spagna, che aveva perso il prestigio e la forza internazionale di una volta, lascia presagire un generale declino dell’Occidente. Protagonista di una serrata critica verso le ipocrisie della sua epoca, in nome della libertà ci offre, oggi, importanti strumenti concettuali contro la dittatura del politicamente corretto.

Le Obras di Ortega rappresentano una fonte ineludibile di riflessione sui mali della contemporaneità, soprattutto per la sua capacità di offrirci strumenti interpretativi. Mentre la sua opera più famosa, La ribellione delle masse (La rebelión de las masas), dove appare evidente l’influenza di Nietzsche (cui seguirà quella di Heidegger), centra in maniera cruda il tema del rapporto fra masse e storia e il conseguente tema della sovranità, vera espressione della libertà che deve essere fondata sulla storia comune. La civiltà europea è diventata dubbiosa perché ha tralasciato la fede tradizionale. Un uomo è sempre il suo passato che sopravvive in lui, in questo è la grandezza della nazione. L’europeismo di Ortega è nelle comuni radici giudaico cristiane punto di riferimento imprescindibile.

L’addio al globalismo marxista
Dopo un breve periodo di simpatia per il Partito socialista di Pablo Iglesias, Ortega y Gasset si converte all’idea di un socialismo nazionale, antitetico rispetto all’internazionalismo marxista. In una famosa conferenza che tenne alla “Escuela Nueva”, nel maggio del 1912, sul pensiero di Ferdinand Lassalle, affermò il valore delle “circostanze nazionali” dalle quali non si può prescindere nella costruzione di qualsivoglia prospettiva politica. Riprendendo Werner Sombart ribadì che i partiti socialisti dovessero essere «tanto più nazionali quanto meno costruite sono le rispettive nazioni».

L’uomo è erede del passato, della comune storia nazionale, in ciascuno di noi è presente accanto a un Dna biologico un sedimento storico fatto di tradizioni, una coscienza storica. E per questo – auspica Ortega – nel modernizzare la società non si può abbandonare l’esperienza storica e la peculiarità nazionale. La nazione è un processo comune, «un progetto suggestivo di vita comune», perché l’uomo rende il «massimo della sua capacità quando acquista piena coscienza delle sue circostanze».

Nel luglio del 1923 nasce la sua Revista de Occidente, dove nel titolo riecheggia il famoso saggio di Oswald Spengler, a cui le idee di Ortega si connettono. Continua a collaborare con El Sol ma vuole uno strumento che esalti la vitale «curiosità che l’individuo di nervi attenti sente per il vasto germinare della vita». Nelle pagine della sua rivista delineerà quella nozione di Occidente che, forgiatasi attorno al pensiero iniziale della Grecia, si è poi definita in una precisa identità che è la ricchezza più grande dell’Occidente.

Una società “invertebrata”
Prima, nel maggio del 1922, aveva pubblicato un pamphlet: España invertebrada, la denuncia senza sconti, impietosa, delle condizioni della politica spagnola e delle debolezze della società, assuefatta alle convenzioni dell’epoca. Sono chiari, ai fini programmatici, i titoli delle due parti del libro: “Particularismo y acción directa” e “La ausencia de los mejores”. Il libretto incontrò l’entusiastica approvazione di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange, che ne saccheggiò alcuni concetti.

L’irruzione delle masse nella storia è per Ortega tra i fatti più rilevanti della vicenda umana, ma occorre superare tanto il razionalismo quanto la demagogia della folla contro i veleni della modernità. Certe ideologie ben definite dimostrano «l’illusione ingenua di aver scoperto tutta la verità… Ci danno l’impressione di un orbe concluso, definito e definitivo, in cui non ci sono più problemi, in cui tutto è risolto». La storia, annota Ortega y Gasset, è caduta nelle «mani di tre caste di pensatori (progressisti liberali, darwinisti e marxisti) che coincidono nel credere che la struttura essenziale della vita umana è sempre stata identica». Mentre «bisogna sempre lasciare aperta la possibilità che i fatti si rifiutino di coincidere». La mancanza di senso storico è un grande pericolo, come lo è l’atteggiamento presuntuoso di chi ritiene, in nome di un privilegio arbitrario, di essere portatore di soluzioni infallibili.

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