Il Paese dei Normali

Oreste, il lavoratore seriale

Di Fabio Cavallari
21 Dicembre 2025
Non ha mai trovato il lavoro “giusto”. E ne va fiero. “Il lavoro fisso è una forma elegante di prigione", spiega a chi lo chiama fallito. “Io preferisco l’ergastolo a tempo determinato"
Operai edili al lavoro in un cantiere di un parcheggio sotterraneo in costruzione. Genova, 13 Novembre 2021. ANSA/LUCA ZENNARO
(Ansa)

Oreste ha sessantacinque anni e nessuna fedina lavorativa pulita. Non ha mai ucciso nessuno, ma ha assassinato almeno dieci carriere. Ha fatto il magazziniere, l’agente immobiliare, l’animatore nei villaggi e per un mese pure il poeta su commissione. “Mi pagavano a sentimento”, dice.

Non ha mai trovato il lavoro “giusto”. E ne va fiero. “Il lavoro fisso è una forma elegante di prigione”, spiega a chi lo chiama fallito. “Io preferisco l’ergastolo a tempo determinato”.

Curriculum come ex voto

Quando gli parlano di pensione si fa il segno della croce. “La pensione è la morte civile, ti tolgono pure la scusa per lamentarti”. Vive in un monolocale pieno di curriculum appesi come ex voto. Ogni tanto li guarda e sospira: “Almeno io ci ho provato con tutti”.

Gli amici sono andati in pensione e fanno nordic walking. Lui cammina pure, ma per raggiungere la fermata del bus che lo porta al nuovo lavoro stagionale. Dice che è felice così: “Non ho costruito niente, ma ho montato tutto”. Quando qualcuno gli chiede se non si sente stanco, sorride: “Solo i morti smettono di cercare”. Poi si infila i guanti da lavoro, e aggiunge: “Io finché respiro, faccio straordinari di vita”.

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