«Ogni goal è folgorazione, come la poesia». Pasolini, il calcio e la letteratura

Leopardi, Pasolini, Sereni e Saba. Cosa unisce questi poeti? La passione per il pallone. Viaggio sportivo-culturale tra letteratura e sport, proponendo la licenza poetica per Cassano.

«Il calcio è un linguaggio con i suoi prosatori e i suoi poeti». A scriverlo è Pier Paolo Pasolini, letterato e regista che introduceva così un pezzo su “Il Giorno” del 1971. E non sta parlando dei telecronisti – erano quelli gli anni di Gianni Brera, padre del giornalismo sportivo e intramontabile inventore di neologismi. Se sentisse adesso Dossena o Collovati… – ma del gioco in sé. Perché la bellezza è poesia, e tutti quelli che bandiscono una giostra bersagliando il buon nome dei giocatori e dello sport non sanno di marciare contro i mulini a vento. Perché dall’uomo non si sradicherà mai il gusto del bello, ed anche il calcio è, a suo modo, un’opera d’arte.

Sarà per questo che gli italiani – un popolo di santi e di poeti – ha tratto dallo spettacolo sportivo intuizioni acute per i propri versi. Non serve gettarsi in tomi polverosi, ma basta andare in libreria a comprare i Canti leopardiani. “A un vincitore nel pallone” è una delle sue prime liriche, dedicata ad uno sport antenato del calcio: «Di gloria il viso e la gioconda voce, / Garzon bennato, apprendi, / E quanto al femminile ozio sovrasti / La sudata virtude». Di certo, il pallone nell’Ottocento era una cosa diversa, ma non mancano le somiglianze : «Te l’echeggiante / Arena e il circo, e te fremendo appella / ai fatti illustri il popolar favore». Tuttavia, il recanatese sintetizza perfettamente il calcio in un distico: «il core / Movi ad alto desio». Basta questo, e l’articolo potrebbe concludersi qui.

Per chi di voi non abbia in mente Umberto Saba, e la sua passione viscerale per l’Udinese, si rimanda la lettura della famosa “Goal”: «Il portiere caduto alla difesa / ultima vana, contro terra cela / la faccia, a non veder l’amara luce». Calcio: gioie e dolori. La linea di porta bianca nell’area di rigore separa l’euforia dalla disperazione. Lo sa bene anche Vittorio Sereni, poeta luinese grande tifoso dell’Inter, che nelle lettere a Saba tingeva la sua fede calcistica con note dolenti: «Caro Umberto, oggi la mia squadra gioca a Trieste, dove probabilmente le buscherà». Siamo ai primi del 1949, e la partita terminerà con un onesto 1 a 1. Durante la prigionia in Nord Africa, Sereni e compagni ammazzavano il tempo giocando a pallone. Non era solo uno sfogo, ma la possibilità di sorprendere la bellezza. «Rinascono la valentia / e la grazia. / Non importa in che forme – una partita / di calcio tra prigionieri: / specie in quello / laggiù, che gioca all’ala».

«Ci sono nel calcio dei momenti esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal” – prosegue Pasolini, a saldare il rapporto tra letteratura e pallone – Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno». Difficile immaginarsi Ibrahimovic con la corona d’alloro, ma ad Antonio Cassano non si può dire che manchi la licenza poetica.