Il senso del Paraguay per i portieri

Di Andrea Romano
04 Luglio 2026
La perseveranza di Orlando Gill, l'ex panchinaro che ha venduto tutto per il figlio malato, e il calvario del “Gatito” Fernández. Chi sono gli uomini che proveranno a fermare la Francia
Orlando Gill, portiere del Paraguay al Mondiale, manda un bacio al cielo dopo l'1-0 della sua Nazionale contro la Germania
Orlando Gill, portiere del Paraguay al Mondiale, manda un bacio al cielo dopo l'1-0 della sua Nazionale contro la Germania (foto Ansa)

Il Mondiale che doveva cambiare la storia si è scoperto in realtà un Mondiale di storie che mostrano la parte più umana di un torneo sempre più patinato e plastificato, e sono in grado di parlare un linguaggio comune, di trasformare vicende personali in vissuti collettivi. Sono storie che raccontano di quanto per arrivare al successo sia necessario il fallimento. Ma anche di chiodi piantati storti, di piante che hanno iniziato a germogliare proprio quando sembravano destinate a seccarsi.

Ogni Nazionale ha le sue avventure da romanzo. Eppure ce n’è una che ne ha più di tutte le altre. O che almeno le ha concentrate tutte nello stesso ruolo. Più che estremi difensori i portieri del Paraguay sembrano protagonisti di un romanzo, eroi pirateschi e picareschi insieme. Tutti e tre.

“El Gatito” Fernández

Roberto Junior Fernández ha il numero 1 sulle spalle ma siede in panchina. La sua storia parte da Asunción, anzi, dalla La Muy Noble y Leal Ciudad de Nuestra Señora Santa María de la Asunción. E a trentotto anni il suo futuro è ancora tutto da scrivere. Per anni, infatti, il ragazzo è stato perseguitato dal passato. Suo padre, Roberto Fernández Senior, è stato tante cose e tutte insieme. Genitore, esempio, punto di riferimento, ombra da cui scappare. Anche lui è stato un portiere. Anzi, è stato il portiere del Paraguay che ha vinto la Copa América nel 1979 e che ha partecipato al Mondiale del 1986. In patria lo avevano soprannominato “El Gato”, merito della sua agilità nel lanciarsi tra i pali. Un soprannome che gli è rimasto appiccicato sulla schiena per una vita intera. Fino a trasformarsi in eredità.

Quando suo figlio ha iniziato a giocare a calcio è diventato «El Gatito», il gattino. Un nomignolo che tutto era tranne che un nome da battaglia. Per anni Roberto Junior Fernández ha detestato quel soprannome. Perché definiva la sua discendenza, non chi era diventato. A scuola era inquieto. Molto. Il preside chiamava casa Fernández in continuazione. Per raccontare ai genitori tutte le marachelle del ragazzo. Qualche anno fa il padre, in un’intervista insieme al figlio, lo ha definito un «bambino terribile». Poi si è messo a ridere.

Roberto Junior Fernandez, portiere del Paraguay al Mondiale, festeggia dopo una vittoria durante le qualificazioni
Roberto Junior Fernandez esulta dopo un gol del Paraguay nella sfida contro l’Uruguay durante le qualificazioni al Mondiale (foto Ansa)

Le orme del padre e il dolore al ginocchio

Roberto Junior era moto perpetuo. Riempiva lo zaino della scuola con un’infinità di magliette. Gli servivano per fare sport tutto il giorno: calcio, tennis, pallacanestro, pallavolo e hockey. Suona la batteria in una piccola band, i Green Day sono il suo gruppo preferito. Il punk per lui è più di semplice musica, ma il pallone ha un fascino particolare. All’inizio gioca in attacco, e segna parecchi gol. Poi però è come se tutti lo spingessero a giocare in porta. Il ragazzo nicchia. Alla fine si trova un compromesso: gioca un tempo come punta e uno come estremo difensore. È una situazione di passaggio. Alla fine El Gatito si convince: la sua strada lo porta tra i pali, e i punti di contatto con El Gato diventano tantissimi.

Entrambi giocano con il Cerro Porteño. Poi Roberto Junior si trasferisce prima in Argentina (Estundiantes, Racing Club) e Olanda (Utrecht). Sono solo tappe di un cammino che lo porterà in Brasile, proprio come suo padre. Dopo il Vitoria e il Figueirense arriva la grande occasione. Gatito viene acquistato dal Botafogo. Sembra l’inizio di una grande storia d’amore. Invece è l’incipit di un incubo. Nel settembre del 2020 il giocatore si ferma. Ha male al ginocchio destro. Gli esami evidenziano un edema osseo. La terapia conservativa è un disastro. «Sentivo così tanto dolore al ginocchio che non riuscivo nemmeno a giocare con mia figlia. Arrivai a dire a mia moglie che non ce la facevo più», dirà qualche tempo dopo. I problemi non passano mai. Quasi un anno più tardi, a maggio 2021, viene operato per una lesione alla cartilagine. È una situazione paradossale.

Dal buio al Mondiale

L’ex presidente del Botafogo Carlos Augusto Montenegro lo accusa addirittura di non voler giocare. Non è. Vero. «Andavo alle partite del Botafogo per vedere i miei compagni – ha ricordato – Loro entravano in campo e io andavo in bagno a piangere. Non riuscivo a sopportare tutto quello che stavo vivendo. Non vedevo una luce in fondo al tunnel». Per dissipare tutto quel buio ci vogliono 489 giorni, ossia 16 mesi. Nella stagione successiva El Gatito riprende a giocare titolare. Ma Il 7 novembre 2022, in una partita contro l’Atletico Mineiro, ricade nell’abisso.

Dopo un’uscita cade a terra, fa fatica a rialzarsi. Lussazione della spalla sinistra con interessamento dei legamenti. Stavolta passa fuori dal campo 254 giorni, otto mesi. Negli ultimi anni la Nazionale era diventata un miraggio. La nuova chiamata arriva nel 2024. El Gatito si riprende il ruolo da titolare. E diventa importante per la qualificazione al Mondiale. Appena arriva la qualificazione Roberto Fernández pubblica un video in cui suo padre gli consegna la maglia che aveva indossato nel Mondiale del 1986. È una storia perfetta, quasi.

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La perseveranza di Orlando Gill

Solo che ad andare in campo in questa Coppa del Mondo è l’uomo con la 12 sulle spalle. Si chiama Orlando Gill, è nato a San Lorenzo 26 anni fa, e anche lui ha iniziato come attaccante. La trasformazione in campo non è immediata. «All’inizio prendevo parecchi gol», ha raccontato. «La perseveranza è stata fondamentale nella mia carriera. Non ho mai perso la speranza né la fede che il mio momento sarebbe arrivato». È una frase molto più profetica di quanto possa sembrare. Orlando cresce ammirando Neuer, Ter Stegen e Chilavert. Poi viene soprannominato “Courtois” come l’asso del Belgio. Il suo talento però sembra non bastare.

Inizia a giocare nel club della sua città. È poco più di un ragazzo quando deve affrontare un dramma. Suo figlio Lautaro nasce prematuro. Non sta bene. È appena venuto al mondo ma subito deve lottare per non morire. «Non avevamo nulla – racconta Melissa, la moglie di Gill – Orlando vendeva i vestiti e il materiale del club nel quale giocava in quel momento, per riuscire a coprire le spese. Ha venduto la maglia della nazionale Under 20, che non ha potuto conservare come ricordo. Vorrei che il mondo intero conoscesse il grande cuore che hai e la tua voglia di continuare a crescere. Tuo figlio e io ti amiamo e siamo orgogliosi di te».

Dalla panchina alla notte magica contro la Germania

Dopo quell’esperienza passa da un San Lorenzo all’altro. Da quello in Paraguay a quello de Almagro, in Argentina. È un salto complicato. Orlando non era stato titolare in patria e non lo è neanche nella squadra per cui tifava Papa Francesco. Comincia tra le riserve. Esordisce in campionato solo nell’ultima partita della stagione. A gennaio del 2025 il club cerca un portiere. Segue da vicino Keylor Navas. È una trattativa difficile. E dopo un tira e molla infinito svanisce come una bolla di sapone. Le idee sono tante. I soldi molto meno. I portieri Facundo Altamirano e Gastón Gómez  sono infortunati. Così l’allenatore Miguel Angel Russo lo prende da parte: «Mi disse: “Continua ad allenarti, voglio che giochi tu. Ti darò l’opportunità e voglio che tu la sfrutti”». E Gill non uscirà più. Nelle ultime amichevoli è stato promosso titolare. E l’uomo che ha venduto tutto si è trasformato nell’uomo che ha stregato la Germania.

E poi c’è il portiere “uruguayano”

Un trionfo che Gaston Oliveira ha vissuto dalla panchina con il numero 22 sulle spalle. Le sue chance di entrare sono bassissime. Ma poco importa. Lui a questo Mondiale non doveva neanche esserci. Il terzo portiere è nato infatti in Uruguay. Poi quest’anno è stato naturalizzato. Prima però ha dovuto imparare a memoria l’inno del Paraguay. Non un grande problema rispetto a quello che hanno passato i suoi colleghi. 

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