Nuovo video accusa Planned Parenthood: «Parti di bambini abortiti cedute per “75 dollari a campione”»

Il colosso dell’aborto Usa accusato di vendere organi fetali si difende: «Sono donazioni». Ma in un nuovo video “undercover” una manager chiede offerte «proficue»

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Martedì 21 luglio il Center for Medical Progress ha pubblicato un secondo video, anche questo girato “undercover” durante un colloquio con una manager di Planned Parenthood, che secondo gli autori dimostrerebbe come il colosso americano delle “cliniche per la salute riproduttiva” sia coinvolto in una gigantesca attività di commercio di organi e tessuti di bambini abortiti.

LA DIFESA. Il nuovo filmato segue di una settimana ed è inteso a confermare il primo video del Center for Medical Progress, nel quale si vede Deborah Nucatola, direttore dei servizi medici di Planned Parenthood, ipotizzare cifre comprese «fra i 30 e i 100 dollari» per ogni «campione» ottenuto dagli aborti eseguiti nelle cliniche del gruppo (la donna parla di «cuore, polmoni, fegato»). Nel frattempo la società ha respinto le accuse spiegando che non si tratta di vendita di membra umane, illegale negli Stati Uniti, ma di legali «donazioni alla ricerca» effettuate con il consenso delle pazienti; e che Planned Parenthood non tratta sui prezzi dei campioni bensì sui «rimborsi» per le spese sostenute per lo stoccaggio e il trasporto del “materiale”.

«75 DOLLARI A CAMPIONE». In questo secondo video la manager filmata di nascosto da sedicenti procacciatori di tessuto fetale per i laboratori di ricerca è Mary Gatter, capo del consiglio dei direttori sanitari di Planned Parenthood e referente di una clinica di Pasadena, California. Anche in questo caso la scena è ripresa al tavolo di un ristorante, dove la dottoressa Gatter appare ipotizzare in tutta tranquillità compensi di «75 dollari a campione» per le richieste della controparte. Per la verità la donna specifica ripetutamente che «l’importante non sono i soldi» e che «non vogliamo trovarci nella posizione di essere accusati di vendere il tessuto», tuttavia aggiunge che la somma offerta «dev’essere abbastanza alta da risultare worthwhile», e cioè “proficua”.

LA TRATTATIVA. La discussione è raggelante anche perché condotta in termini schiettamente commerciali. «Quanto si aspetta per un campione di tessuto fetale intatto?», domanda la finta intermediaria. «Beh – replica Gatter – perché non comincia lei dicendomi quanto pagate solitamente? Sa, nelle trattative chi butta là una cifra per primo è quello che finisce per perderci, giusto?». Parecchio infelice risulta poi la battuta della dottoressa Gatter inserita alla fine del video: se l’agreement discusso andrà in porto, dice scherzosamente rivolgendosi alla collega seduta accanto a lei, «voglio una Lamborghini».

TECNICHE «LESS CRUNCHY». Altra accusa rivolta dal Center for Medical Progress a Planned Parenthood è quella di ricorrere a tecniche di aborto illegali pur di ottenere organi e tessuti meno rovinati e dunque più appetibili agli intermediari del presunto business. Nel primo video Nucatola sembra descrivere una procedura apparentemente analoga all’aborto a nascita parziale, bandito in America dal 2003, e nel secondo la dottoressa Gatter si dice pronta a chiedere al chirurgo della sua clinica di Pasadena se sia disposto a utilizzare metodi «less crunchy» per gli aborti, allo scopo di preservare meglio gli organi utili.

LA DIFESA DEL NEW YORK TIMES. Aspetti di “colore” a parte, è chiaro che a livello legale, almeno per quanto riguarda l’accusa principale, ossia la presunta vendita di tessuto fetale, tutto si giocherà sul labile confine che distingue il prezzo di un prodotto dal rimborso delle spese sostenute per una “donazione”. Saranno le varie indagini commerciali, parlamentari e giudiziarie invocate da politici di tutto il paese a chiarire dove stia questo confine e se Planned Parenthood lo abbia superato o meno. È certo comunque che l’immagine dell’impresa non uscirà indenne da questa bufera, tanto che perfino il New York Times ha deciso di scendere in campo con un editoriale in difesa del colosso dell’aborto, deprecando i metodi utilizzati dal Center for Medical Progress e descrivendo la sua «campagna video» come «un tentativo disonesto di fare apparire come atroci e illegali quelle che invece sono donazioni di tessuto legali, volontarie e potenzialmente in grado di salvare vite».

ALTRI VIDEO IN ARRIVO? Comunque il caso non si chiude qui. I due video pubblicati fanno parte di una indagine condotta in proprio e in incognito per ben tre anni dal Center for Medical Progress. È probabile che la serie di filmati non sia finita. In una lettera resa pubblica e indirizzata a Fred Upton, presidente della commissione energia e commercio della Camera, che ha convocato Planned Parenthood per un’audizione sulle accuse contenute nei video, il legale della società Roger Evans imputa agli autori delle riprese «condotte illegali» assimilabili allo «spionaggio industriale» e denuncia che gli inviati del Center for Medical Progress in tutti questi mesi si sono anche infiltrati nelle cliniche abortive per indagare sulle «caratteristiche razziali del tessuto donato» e hanno tentato – invano, scrive Evans – di fare accettare ai rappresentanti di Planned Parenthood offerte di denaro esorbitanti per il passaggio dei «campioni».

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