Una manciata di numeri (e di titoli) per capire che la primavera renziana è di là da venire

Il dramma sociale e contabile è sempre lì, fermo sulla disoccupazione giovanile e la “ripresa” stagnante della produzione. È così che «stiamo cambiando l’Italia»?

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Pubblichiamo l’editoriale di Luigi Amicone contenuto nel numero di Tempi in edicola da oggi (vai alla pagina degli abbonamenti)

A parte i cardinali della “chiesa dei poveri” che hanno piantato la loro augusta tenda nel quotidiano di Confindustria come editorialisti di prima pagina, come ogni domenica anche quella passata bastava scorrere qualche titolo del Sole 24 Ore per capire che la primavera italiana è ancora molto di là da venire.

«Troppi vincoli, Shell ritira il piano da due miliardi» (che tradotto significa: abbiamo il petrolio nello Ionio, giusto un’Ilva in svendita perché non si sono trovati 2 miliardi per farla ripartire e una marea di disoccupati al Sud, però noi facciamo i referendum antri-trivella e cacciamo gli investitori). «L’Italia alza a 150 mila i posti 2016 per immigrati» (che tradotto vuol dire: in solidarietà non ci batte nessuno, però che piani di istruzione e integrazione abbiamo per non lasciare i rifugiati a rubacchiare a zonzo?). «L’Istat conferma, nascite al minimo e picco di mortalità» (traducete voi se non significa: ma di quale futuro stiamo parlando se non si scatena una raffica di provvedimenti pro-famiglia invece che la reversibilità arcobaleno delle pensioni?).

Eppure «stiamo cambiando l’Italia», dice Renzi. E c’è il Pd che gli crede. Così, Matteo soffia sulle candeline dei suoi primi due anni di governo. E come da titoli di giornaloni, “batte i pugni” in Europa, “incalza la Merkel”, “ammonisce i paesi dell’Est”. Noi no. Noi ci limitiamo a far di conto. E il conto, per adesso, ci dice che in Italia non c’è nessuna svolta radicale. Nessun cambiamento epocale. Roma insegna. E il record dei 100 mila emigrati (che fa il paio coi 100 mila infornati nella scuola, spesso a non saper che fare) e l’obitorio demografico che non si vedeva dal 1861, pure.

Intanto Matteo si gioca il governo sulle “unioni civili”. Perché quello gli dettano le lobby dell’ambasciata di Obama. E quello vuole il claim della petizione dei 400 radical-chic. Ma il dramma sociale e contabile è sempre lì, fermo sulla disoccupazione giovanile, la “ripresa” stagnante della produzione e il Pil che non cresce.

“Non ci sono alternative”, si dice. Ed è probabile che sia così. Fuori Renzi c’è il rischio di beccarsi quei tali delle scie chimiche, della decrescita felice e della Rete che ci porterà su Marte. Perciò anche noi, malgrado i conti e la mancata primavera, ci leviamo il cappello davanti al quarantenne allegro, energico e suadente. Che calca la scena da primattore. E ci crede.

A cosa crede? Ecco questo non si sa. Questo rimane celato dietro alla fede nella novità, nella velocità, nel cambiamento. Dietro all’immagine solare e al machiavellismo stellare. Dietro allo studio della mossa avversaria e all’anticipazione da cavallo vincente. Dietro all’Air Force One presidenziale.

Infine, Renzi sembra credere solo in se stesso. Nei suoi anni potenti e nella propria gloria di leader privo di concorrenti. Solo al comando, deve forse solo fare lo sforzo di fantasticare. E immaginarsi tra vent’anni o tra un mese, guardandosi allo specchio, mentre prova a credere e a piacersi anche senza il suo Potere. Che forse non è neanche suo.

Foto Ansa


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