Non visto, si stampi

Le regole esistono, ma nessuno le rispetta. Il paradosso è che per diventare giornalisti bisogna saperle, ma per far carriera occorre infrangerle

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Dai titoli di quotidiani, telegiornali e siti internet era evidente che si trattasse di un malfattore, di un ladro traditore, o forse anche peggio. Poi se a distanza di anni, il farabutto risulta innocente, chi li vede più i titoli sui giornali? Chi restituisce dignità, carriera e vita al non colpevole? Nessuno. «Questo modo di fare giornalismo lo definisco nel mio libro una barbarie mediatica». Il Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione del professore Ruben Razzante, docente di diritto dell’informazione presso l’Università Cattolica di Milano, vede la luce a pochi mesi dall’emanazione del nuovo Testo Unico della deontologia giornalistica e in concomitanza con l’uscita del nuovo regolamento europeo sulla privacy, destinato a cambiare la disciplina del trattamento dei dati personali in tutta Europa. «È avvilente che per diventare giornalista un praticante debba studiare e conoscere moltissime leggi e norme deontologiche, ma poi per fare carriera venga quasi incentivato dal sistema mediatico a disattenderle», dice Razzante a Tempi.

A cosa serve il Testo Unico della deontologia se poi non viene rispettato?
Un giornalista si deve sempre chiedere se quello che sta scrivendo rispetta il principio di essenzialità, cioè se risponde al diritto del cittadino di essere informato. Questo vuol dire che deve essere consapevole che non tutto quello che scopre va pubblicato, perché se non è essenziale e utile potrebbe recare danno alle persone. Purtroppo, sempre più spesso, quello che si scrive risponde ad altre logiche, gli editori hanno altri interessi, i giornalisti non sono sempre veri professionisti. Tutto questo porta a dimenticare cosa sia davvero la deontologia, a farla diventare una teoria astratta che c’entra poco con la professione. L’informazione ha ormai un secondo fine. Sempre più spesso orienta la politica e l’economia della nazione, a volte riesce a rovinare la vita e la carriera delle persone.

Eppure esistono leggi che vietano la pubblicazione di certe notizie e puniscono un certo modo di darle.
Il giustizialismo mediatico si nutre di varie patologie, ad esempio dell’abuso della pubblicazione delle intercettazioni. Chiacchiere registrate, sbattute in pagina e che spesso trascinano nel tritacarne persone estranee ai fatti. Ormai le aule dei tribunali sono sostituite dagli studi tv. E spesso per giustificare questo modo di fare informazione si usa la scusa della lentezza della giustizia, senza badare che così facendo si rovina la vita delle persone. È una vera barbarie. L’AgCom e l’Ordine dei giornalisti (Odg) potrebbero fare di più. Il Consiglio di disciplina che dal 2012 deve vigilare sul comportamento dei giornalisti non si è mai pronunciato contro questo modo di fare, non ha mai prodotto una condanna. Nessuno si preoccupa della persona che con questo modo di fare viene calpestata, offesa e spesso rovinata per sempre.

Il rapporto che si è venuto a creare da Mani pulite in avanti tra pm e giornalisti descrive perfettamente questo cortocircuito tra giustizia e informazione.
Io lo chiamo carrierismo mediatico. Il pm che passa le informazioni al giornalista e lo mette, diciamo, sulla buona strada, di quale vantaggio gode? Che la sua inchiesta e il suo nome finiscono sui giornali. Stessa cosa per il giornalista, che vede il suo articolo pubblicato in prima pagina. È evidente che c’è una connivenza tra certe procure e certi giornalisti. Le intercettazioni dovrebbero essere pubblicate – sempre rispettando il principio di privacy ed essenzialità – solo dopo essere state messe a disposizione degli avvocati. Questo non sempre avviene. E una persona può scoprire di essere finita nel registro degli indagati leggendo i giornali. Ci sono leggi, ci sono norme che vietano tutto ciò, ma Csm e organi disciplinari anche in ambito giornalistico non intervengono incisivamente per punire questi abusi. Eppure esiste un Codice sui processi mediatici firmato nel 2009 da tutte le televisioni, dall’Odg e dalla Federazione nazionale della stampa italiana, ma mai fatto rispettare.

Nel suo volume trova ampio spazio il diritto all’oblio che sta conoscendo nuove prospettive di attuazione.
Sgombriamo il campo dagli equivoci. Il diritto all’oblio non è un colpo di spugna sul passato, non è la cancellazione indiscriminata di alcune notizie, ma è il diritto di una persona ad avere una corretta identità digitale. Nessuno chiede alle testate giornalistiche di distruggere i propri archivi. Occorre semplicemente aggiornare gli articoli. Se una persona viene assolta, bisogna rinnovare l’articolo, soprattutto sul web. Una notizia parzialmente vera equivale a una notizia falsa e può produrre comunque ingenti danni, come riconoscono alcune recenti sentenze in tema di diffamazione, anche online.

Foto da Shutterstock

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