Non si uccide così anche la ricerca?

Altra tegola sulla testa del ministro della sanità: i presidi di tutte le facoltà di medicina sono scesi sul piede di guerra e hanno dichiarato lo stato di agitazione contro la legge Bindi. Intervista al professor Luigi Caimi, preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia

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Giovedì scorso è iniziata la guerra alla Bindi di presidi e medici delle facoltà di Medicina. Dimissioni, stato di agitazione – mentre i consigli di facoltà deliberavano l’astensione dalle attività accademiche – in segno di protesta contro il decreto legislativo predisposto d’intesa col ministro Ortensio Zecchino che regolamenta i rapporti tra Università e Servizio sanitario nazionale. Ascoltiamo le ragioni del prof. Luigi Caimi, Preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia.

Professor Caimi, il decreto legislativo che mette ordine nell’annosa questione dei rapporti tra università e S.S.N. ha suscitato grave sconcerto in tutte le Facoltà mediche e presso la Conferenza dei Rettori della Università italiane.

La preoccupazione principale sembra essere soprattutto l’accentuazione dell’attività assistenziale sugli altri due compiti istituzionali dei docenti di Medicina: didattica e ricerca – la quale dovrebbe avere una priorità sull’assistenza…

Il provvedimento in effetti trascura totalmente i principi più volte espressi dai massimi organismi tecnici universitari (CRUI e Conferenza Nazionale dei Presidi) riproponendo una lettura esclusivamente assistenzialistica dei compiti assegnati ai docenti di medicina. Si tende ad annullare il ruolo formativo delle Facoltà mediche per condurlo, in maniera strisciante, allo scorporo culturale e istituzionale dal sistema universitario. Così non viene data alcuna garanzia per i doveri formativi e scientifici del personale medico universitario. È il futuro della ricerca ad essere in pericolo.

Dalla lettura dei quotidiani si ricava l’impressione che gli altri punti da voi contrastati con maggior vigore siano l’impossibilità per i primari di svolgere attività private (a differenza dei colleghi di altre facoltà) e l’espropriazione delle facoltà dalla gestione delle carriere.

In verità il centro della questione non mi sembra essere questo.

Gli aspetti della riforma relativi all’attività intra-moenia per noi non sono mai stati un problema. Anche perché qui in facoltà ci stiamo pressoché tutti a tempo pieno.

Il vero problema semmai è lo spirito stesso che anima la riforma del ministro Bindi: lo stato come entità prevalente che, senza lasciare nessuno spazio alla discussione, senza neppure interpellare le parti in causa, dall’alto decide, definisce e controlla. In questo caso ai danni dell’unico ente che ancora formalmente conserva un’autonomia – peraltro tanto sbandierata – l’università. Quest’ultimo provvedimento che va a colpire le facoltà di medicina mi sembra il primo passo di uno stato che mira a diventare lui il soggetto che fa la cultura…

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