Non dite agli hippy che la Chiesa vuole beatificare il loro idolo Alce Nero

L’ex stregone sioux fu trasformato in simbolo della controcultura e del revisionismo “western”. Ma morì cattolico dopo aver servito come catechista irreprensibile e missionario instancabile. La sua storia in un libro

Alce Nero

In vita è stato stregone sioux fra i più famosi, scotennatore di giacche azzurre agonizzanti che finiva a colpi di freccia, attore del circo di Buffalo Bill in Europa e millantatore di poteri taumaturgici che non aveva. Da morto è assurto a nume tutelare dell’indigenismo, simbolo della controcultura hippy e delle lotte anticoloniali, fonte di ispirazione dei western revisionisti dove finalmente i buoni erano gli indiani e i cattivi erano gli uomini bianchi, incarnazione di un’antica religione pellerossa pacifista ed ecologista. Eppure la Chiesa cattolica ha deciso di aprire il suo processo di beatificazione con una solenne dichiarazione della Conferenza episcopale degli Stati Uniti riunita a Baltimora un anno e mezzo fa: contro venti e maree, contro indigenisti arrabbiati che gridano allo scippo dell’eroe nativo e lontani discendenti che negano la genuinità della sua conversione al cristianesimo, i vescovi americani vogliono che Alce Nero – Nicholas Black Elk dopo il battesimo del 6 dicembre 1904 – sia innalzato agli onori degli altari. Perché nella seconda parte della sua lunga vita terrena, conclusasi il 17 agosto 1950, è stato catechista irreprensibile e missionario instancabile, accompagnando e assistendo ovunque i missionari gesuiti che stavano evangelizzando le nazioni indiane, e battezzando lui stesso oltre 400 persone, fra le quali bambini in punto di morte.

I RITRATTI CONTRASTANTI

La sua contrastata vicenda è ripercorsa da Maurizio Stefanini in un libro appena uscito in libreria: Alce Nero. Un “beato” tra i Sioux edito da Mimep Docete. Un libro che si colloca idealmente a metà strada fra i due più famosi che fino ad oggi hanno raccontato la vicenda dell’uomo della medicina dei Sioux oglala: il celeberrimo Alce nero parla del poeta ed etnografo dilettante John G. Neihardt, scritto negli anni Trenta ma riscoperto e rilanciato negli anni Cinquanta da Carl Gustav Jung e diventato il bestseller mondiale che ha ispirato la diffusione di una religiosità naturalistica paganeggiante nel movimento giovanile degli anni Sessanta e Settanta; e il meno conosciuto Alce Nero, missionario dei Lakota (altro nome dei Sioux) dell’antropologo Michael F. Steltenkamp, che fa luce sui lunghi anni di Alce Nero divenuto catechista cattolico, impegnato a difendere la Madonna dalle critiche dei protestanti e a contrastare la religione sincretista, mescolanza di contenuti cristiani e credenze tradizionali, di quegli indiani che assumevano il fungo allucinogeno detto peyote.

Copertina del libro di Maurizio Stefanini su Alce Nero

Il testo di Stefanini, firma di Libero e Il Foglio, specialista di storia, politica e cultura delle Americhe, popolazioni indigene comprese, si colloca a metà strada nel senso che avvalora la figura di Alce Nero come personaggio che salva il meglio della spiritualità indiana proprio attraverso la conversione al cristianesimo e la dedizione alla nuova fede. Proprio perché interprete di alto livello della religione e della visione del mondo dei popoli indigeni, detentore anche di qualche potere profetico e taumaturgico (la sua vita è stata caratterizzata da visioni e premonizioni sin dall’infanzia), Alce Nero era nella posizione ideale per soppesare e riconoscere il valore dell’annuncio cristiano come completamento e superamento delle religioni tradizionali. Dopo l’uscita del libro di Neihardt Alce Nero scrisse una concisa lettera di protesta per l’impostazione unilaterale dell’opera che lo avrebbe reso famoso, ma il suo contributo più interessante è un testo a sua firma che fa da premessa a un libro uscito nel 1953, cioè dopo la sua morte.

LA SACRA PIPA

La sacra pipa di Joseph Epes Brown si colloca nella linea di Neihardt, cioè nell’idealizzazione del mondo indiano e dei suoi valori, ma il testo di Alce Nero, apparso con la data del giorno di Natale del 1947, che Stefanini ripropone, amplia decisamente il quadro:

«Nella grande visione che ho avuto in gioventù, quando avevo conosciuto soltanto nove inverni, c’era qualcosa la cui importanza col passar delle lune mi è sembrata diventare sempre maggiore. Riguarda la nostra sacra pipa, e l’importanza che essa riveste per la nostra gente (…). Ci è stato detto dai Bianchi, o almeno da quelli che sono cristiani, che Dio mandò suo Figlio agli uomini per ristabilire l’ordine e la pace sulla terra; e ci è stato detto anche che Gesù Cristo fu crocifisso ma che ritornerà al Giudizio Finale, alla fine di questo mondo o ciclo. Questo io lo capisco e so che è vero. Ma i Bianchi dovrebbero sapere che anche per la gente rossa, per volere di Wanka-Tanka, il Grande Spirito, un animale si trasformò in una persona con due gambe per portare la sacra pipa alla sua gente; e anche a noi è stato insegnato che questa Donna-Bisonte Bianca che ci ha portato la sacra pipa riapparirà alla fine di questo mondo; e noi Indiani ora sappiamo che questo ritorno oramai non è molto lontano».

La visione a cui Alce Nero allude ha segnato tutta la sua vita. Si è trattato di una articolata fantasmagoria di animali, esseri umani ed entità naturali soggetti a trasformazioni e metamorfosi: bufali, cavalli, aquile e altri animali parlanti, nubi, tuoni e arcobaleni, antenati, vegliardi e giovani vergini. Disposti lungo una strada nera (della morte) e una strada rossa (della vita). Il messaggio che Alce Nero trattiene è che solo se saprà interpretare la visione ed agire in sintonia con la stessa potrà ricostituire il cerchio della nazione indiana a rischio di disgregazione e ridare vigore all’Albero sacro che appariva morente.

«VATTENE, SATANA!»

Quanto ai riferimenti soprannaturali della dichiarazione di Alce Nero, alcuni fra i missionari gesuiti del tempo hanno manifestato la convinzione che la Donna-Bisonte Bianca sia una prefigurazione della Vergine Maria, che sarebbe apparsa in tale forma in un passato pre-cristiano ai popoli indiani. I missionari erano invece molto severi nei confronti dei riti taumaturgici yuwipi, considerati semplici truffe o arti diaboliche. Alce Nero, sfruttando la fama derivatagli dalla guarigione inspiegabile di un bambino gravemente malato dopo la celebrazione di un rito yuwipi da parte sua, si era specializzato in tale pratica che gli dava di che vivere.

La sua conversione al cristianesimo prende forma proprio il giorno in cui un missionario gesuita lo caccia fuori dalla tenda dove intende compiere un rito di guarigione per un bambino malato. All’episodio seguono una serie di colloqui fra lui e il padre Joseph Lindebner, che lo aveva allontanato con le parole: «Vattene, Satana!». I due diventano amici e Alce Nero domanda di ricevere il battesimo, che gli sarà impartito il giorno di san Nicola, da cui prenderà il nome. Anni dopo l’ex stregone Sioux confiderà a proposito dei riti yuwipi di cui era specialista:

«È una cosa tutta priva di senso esattamente come i maghi che avete presso gli uomini bianchi. È proprio la stessa cosa. Non va confusa con il pregare con la pipa, che è una cosa molto più importante. Se un uomo prega con la pipa, spinge gli altri uomini a pregare con lui. Ma quest’altra cosa, lo yuwipi, è fare come fanno i maghi, che tentano di ingannare. Lo so perché l’ho fatto io stesso».

«QUALCOSA DI GRANDE APPARIRÀ NEL CIELO»

Pare che le premonizioni di Alce Nero siano perdurate fino agli ultimi anni della sua vita. Allo stesso Joseph E. Brown sei anni prima della morte avrebbe dichiarato: «Saprai quando sto morendo perché qualcosa di grande apparirà nel cielo». Scrive Stefanini nelle ultime pagine del suo libro:

«Durante la veglia funebre di Alce Nero il cielo si mette a risplendere in modo anormale, e i Sioux lo interpretano come una riprova che l’anima dell’uomo-medicina catechista e missionario ha intrapreso il grande viaggio. Secondo William Siehr, Gesuita alla missione del Santo Rosario dal 1938, di ritorno dalla veglia funebre “il cielo era tutto illuminato e si potevano vedere quelle fiamme sospese a mezz’aria. Sembrava un gioco di luce in una fontana zampillante. Pareva che salisse e si muovesse. Su nel cielo, sopra di noi, c’erano fiamme che salivano ad un’altezza indicibile. (…) Quella notte c’erano formazioni diverse nel cielo che a me sembravano cuspidi, punte tremende che salivano, quindi lampi. Qualcosa come un razzo che esplode nel cielo, scintille disseminate su un’area vastissima. E non durò solo per un attimo. Eravamo attoniti davanti a quell’immensità”».

La strada nera e la strada rossa della visione che Alce Nero ebbe a 9 anni sembrano coincidere con le illustrazioni contenute in uno strumento di evangelizzazione inventato dai missionari e che a quell’età lui non poteva aver conosciuto: una striscia di carta larga una trentina di centimetri e molto lunga nella quale erano riprodotte storie della Bibbia e simboli delle verità cristiane. Stefanini racconta che Steltenkamp scoprì una serie di corrispondenze fra la striscia e la visione di Alce Nero:

«Non solo i due spiriti venuti a prendere Alce Nero corrispondono al tipo di iconografia della Mappa delle Due Vie. Ci sono le entità tonanti, la stella del mattino, altri uomini che volano, le raffigurazioni dell’albero, i villaggi iscritti in un cerchio, una strada nera simbolo del comportamento malvagio, una “buona strada rossa” che porta alla vita virtuosa, ali amiche, (…). Nella mappa le vie del bene e del male percorrono tutta la lunghezza, toccando entrambe il centro in modo intermittente».

Un altro mistero dell’affascinante figura di Alce Nero, lo sciamano che si convertì al cattolicesimo.