No alla truffa della par condicio

L’ospite

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Mentre leggete questo articolo, nelle piazze di un’ottantina di città italiane è iniziata la campagna Informazione=libertà. Una raccolta di 50mila firme a sostegno della legge di iniziativa popolare contro il progetto del governo D’Alema sulla cosiddetta par condicio. Una raccolta di firme promossa dal Comitato Undici Giugno, erede di quei Comitati per il No che l’11 giugno 1995 vinsero i tre referendum contro le televisioni private.

Vi chiedo, lettori, di firmare e di organizzarvi per far firmare la nostra proposta. Per convincervi non vi ripeterò che la legge è contro il diritto costituzionale alla libertà d’espressione, come hanno detto tre ex-presidenti della Corte Costituzionale, Baldassarre, Caianiello e Corasaniti. E non utilizzerò le dotte argomentazioni di Ernesto Galli Della Loggia o del senatore Andrea Manzella, che pure hanno bocciato senza appello la proposta. Né, tantomeno, ripeterò gli argomenti di Silvio Berlusconi.

Cercherò solo di mostrarvi l’inganno in cui il governo cerca di far cadere gli italiani e in cui cadono anche i più attenti. Come il politologo Giovanni Sartori, un professore che di sistemi politici ed elettorali se ne intende. E che, nei primi giorni di agosto, ha proposto: “Occorre consentire, in proporzione alla propria forza parlamentare, a tutti i partiti di ottenere spot a puro prezzo di costo sulle tv commerciali. Per esempio, se Berlusconi fa mille spot su Mediaset e rappresenta il 20% dell’elettorato, in tal caso Berlusconi dovrebbe consentire lo stesso numero di spot in proporzione all’80% alle altre forze politiche”. Peccato che il professor Sartori non sappia che quella che lui auspica è la legge in vigore. Anzi, se oggi qualunque partito, anche non presente in Parlamento, volesse fare il doppio o il triplo degli spot di Forza Italia, potrebbe farlo. E a prezzo di costo. Che stia bene o no a Berlusconi.

O come la grande maggioranza dei giornali, che hanno scritto, fidando delle parole di D’Alema, che “la proposta del governo si ispira alle normative già vigenti in Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna”. Un inganno. In Gran Bretagna gli spot a pagamento sono consentiti sia sulla Bbc che sulle tv private, in Francia solo sulle reti pubbliche, in Germania la televisione pubblica è obbligata a trasmettere gratis la pubblicità dei partiti, in Spagna e Portogallo l’obbligo si estende anche alle televisioni private. Notizie apprese leggendo una nota dell’agenzia di stampa Ansa del 16 agosto scorso.

La par condicio è un grande inganno. Da quando il termine è entrato nel lessico politico. Alla fine del 1993 il Parlamento approvò la legge sulle campagne elettorali: furono introdotti rigidi limiti di spesa per partiti e candidati e severe restrizioni alle inserzioni pubblicitarie su giornali, radio e televisioni. La sinistra disse che si erano introdotte “norme in linea con i paesi europei”, “che finalmente mettevano fine al farwest” e via di demagogia cantando. Pensando di avere imbrigliato, prima ancora che “scendesse in campo” Silvio Berlusconi. Che invece, rispettando alla virgola la legge, organizzò una straordinaria campagna di pubblicità a uno straordinario programma elettorale. Tanto da convincere la maggioranza degli italiani, che lo mandarono a furor di voto a Palazzo Chigi. È da allora che la sinistra vive un incubo. E nel ’95, persi i referendum che dovevano chiudere le televisioni private, inventò la par condicio. Divieto assoluto di pubblicità elettorale. Per decreto. Un decreto sette volte ripresentato e mai convertito dal Parlamento. Un decreto bocciato in parte dalla Corte Costituzionale proprio in occasione dei referendum del ’95. Un decreto che servì a limitare la campagna elettorale del Polo alle regionali del ’95 e alle politiche del ’96.

Vinte le elezioni la par condicio smise di essere una priorità. Nulla è stato adottato per le elezioni europee, in cui è tornata a valere la legge del ’93. In base alla quale Forza Italia e la Lista Bonino hanno condotto la campagna elettorale. E hanno vinto le elezioni. In pochi giorni il governo ha partorito il suo progetto di legge: divieto assoluto di spot. Con minaccia di decreto se il Parlamento non voterà la legge prima delle regionali del 2000 e delle politiche del 2001.

Se un governo minaccia di diventare tiranno e usa l’inganno, il popolo ha il dovere di insorgere. Tutti dunque a firmare la legge di iniziativa popolare per la libertà di parola. Chiamateci allo 1780/240.240 per firmare e, soprattutto, raccogliere le firme. La libertà ha bisogno di tutti voi.

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