Niente Premier League, siamo inglesi
Altro che Brexit. Da quando è nata, nel 1992, nessun allenatore inglese ha mai vinto la Premier League. Ci sono riusciti due sudditi del Regno Unito, sir Alex Ferguson (dall’alto di 13 titoli con il Manchester United) e Kenny Dalglish (nel 1994-95 con i Blackburn Rovers), ma parliamo di due scozzesi. Poi francesi (Arsène Wenger), portoghesi (José Mourinho), cileni (Manuel Pellegrini), molti italiani (Carlo Ancelotti, Roberto Mancini, Claudio Ranieri e Antonio Conte) e tanta Spagna: per Pep Guardiola sei successi dal 2018 al 2024 con il Manchester City, inframmezzati da quello di Jurgen Klopp (tedesco, 2020) e interrotti da Arne Slot (olandese, 2025), entrambi con il Liverpool.
L’eccezione italiana della Serie A autarchica
E anche quest’anno mancherà un successore di Howard Wilkinson che, in quel 1992, vinse l’ultima First Division con il Leeds. Nella sparuta pattuglia di tecnici inglesi – a inizio campionato erano tre su venti squadre – quello piazzato meglio è Eddie Howe, solo sesto con il Newcastle, a 17 punti dalla vetta. Una vetta dove, ai primi tre posti, troviamo altrettanti spagnoli. O, meglio, tre “non-castigliani”. Perché primo è l’Arsenal di Mikel Arteta (basco di San Sebastian), secondo è il Manchester City di Guardiola (catalano di Santpedor) e terzo l’Aston Villa di Unay Emery (basco di Hondarrabia, come spiega un nome completato da un caratteristico Etxegoien).
Per carità, affidarsi un allenatore vincente di un’altra nazione è tipico del grande calcio europeo. Il Barcellona è tornato primo nella Liga con il tedesco Hansi Flick, mentre l’ultimo spagnolo a conquistare un campionato con il Real Madrid è stato Vicente del Bosque nel 2003. In Germania sta dominando il Bayern Monaco del belga Vincent Kompany e in Francia detta legge il Psg dell’asturiano Luis Enrique. Unica eccezione è l’Italia, grande esportatrice di tecnici e autarchica in Serie A. L’ultimo straniero a imporsi è stato Mourinho, con l’Inter del triplete nel 2010.
Il duello tra ex amici Arteta-Guardiola in Premier League
Tornando alla Premier, ciò che intriga maggiormente è il duello Arteta-Guardiola. Il primo ha avuto nel secondo un riferimento calcistico fin da quando lo conosce a 15 anni, appena sbarcato nella Masia del Barcellona: Arteta è un centrocampista su cui puntare, Guardiola è il capitano blaugrana. «Era il mio eroe calcistico», con cui però non riesce a giocare insieme, perché Pep va via nel 2001 (a Brescia) e perché il basco non debutta mai in prima squadra. Per il loro rapporto, le scelte professionali di Arteta risultano decisive in un secondo tempo. Quando Guardiola approda al City nel 2016 lo prende come secondo perché, pur non avendo mai allenato, conosce profondamente la Premier, dove ha giocato dal 2005 al 2016, con Everton e Arsenal. Proprio l’Arsenal confeziona il primo sgarro nei confronti di Guardiola, sottraendogli Arteta nel 2019.
I calci d’angolo di Arteta e il contropressing di Guardiola
Il resto lo fanno i confronti di campionato, in cui il basco sta tentando di riconquistare un titolo che ai londinesi manca dal 2004. Una rivalità sul campo che rischia di rovinare il rapporto tra i due, giunto ai minimi termini poco più di un anno fa, al termine di un 2-2 a Manchester, con l’Arsenal ad alzare barricate dopo l’espulsione di Trossard e un pareggio dei Citizens soltanto al 98’. Pep accusò il collega di non gioco, con successive battute a rincarare la dose («All’Arsenal sono solo bravi a spendere») e risposte piccate («Sono stato lì quattro anni, ho le informazioni…»). Una acredine dialettica che però non intacca il valore sul campo dei due, gente che studia, sperimenta e innova.
Arteta, con il contributo di Nicolas Jover – specializzato in palle inattive – ha fatto dei calci d’angolo una forma di attacco micidiale, presto imitata da molti. Guardiola ha invece modellato il City stagione dopo stagione, abbandonando progressivamente il barcelloniano tiki-taka, per un calcio verticale e concreto, basato sul contropressing del rivale-amico Klopp. Non a caso nello staff è entrato Pepijn Lijnders, vice del tedesco a Liverpool: «Il calcio moderno non è più posizionale, bisogna seguire il ritmo», sottolinea il catalano.
Unai Emery farà felice il Principa William?
E Unai Emery? Può ricordare un Arrigo Sacchi o un Luciano Spalletti. Mediocre giocatore e ottimo allenatore. Suo il record di successi in Europa League (tre consecutivi con il Siviglia dal 2014 al 2016 e uno con il Villarreal nel 2021), mentre in Francia ha vinto tutto con il Psg dal 2016 al 2018. Anche sulla sua strada si palesa l’Arsenal, che guida a un’altra finale di Europa League (persa malamente 1-4 con il Chelsea di Maurizio Sarri) e da cui viene cacciato a fine novembre 2019, proprio per far posto ad Arteta. Un fallimento da cui si sta rifacendo a Birmingham, dove approda nell’ottobre 2022 portando l’Aston Villa dal quindicesimo al settimo posto. Quindi la qualificazione successiva alla Champions, dopo 41 anni, con uscita ai quarti di finale dopo aver sfiorato la clamorosa rimonta con il Psg, poi maramaldo in finale con l’Inter.
Ha trovato una realtà come piace a lui, dove può muoversi quale manager a tutto tondo, in sintonia con proprietà e direttori sportivi. La sua è una squadra solida e concreta, brava ad adattarsi: pronta a imporre il pressing come ad affondare in verticale. Nessun vip e tanta sostanza, complicatissima da affrontare. L’Aston Villa prova a fare da terzo incomodo in una classifica che lo vede al secondo posto a quota 43 con il City, a sei punti di distanza dall’Arsenal. L’1-4 incassato in casa dei Gunners il 30 dicembre, dopo undici vittorie consecutive tra campionato ed Europa League, non ha azzerato gli entusiasmi a Birmingham. A cominciare da quelli del tifoso numero uno, il principe ereditario William. Il titolo manca dal 1981, è passato troppo troppo tempo.
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