Nicolás Gómez Dávila, un pensatore controcorrente e una medicina per i nostri tempi

Chi era l’autore colombiano “reazionario”. Intervista a Giuseppe Reguzzoni su un “sostenitore di cause perse”

Pasquale Veltri, gionalista e collaboratore di Leggeretutti.net, intervista Giuseppe Reguzzoni sull’opera di Nicolás Gómez Dávila, in occasione della pubblicazione del volume: Till Kinzel, Nicolás Gómez Dávila. Sostenitore di cause perse, a cura di Giuseppe Reguzzoni,  Editore XY.IT, collana Antaios, Arona 2019, 318 pagine, euro 18.

Al Salone del Libro di Torino l’interesse per questo autore controcorrente è stato palpabile. Vuol dirci brevemente chi era Nicolás Gómez Dávila?

La vita di Nicolás Gómez Dávila, a parte la giovinezza vissuta tra Francia e Gran Bretagna, e un breve viaggio nell’Europa dell’immediato secondo dopo Guerra (che lo lasciò sconvolto), trascorre tutta in Colombia ed è priva di eventi significativi. Anzi, sembra un magistrale esempio dell’epicureo Lathe biosas, vivi nascostamente, non fosse per la ricerca intellettuale che lo spinse a indagare gli arcani e le contraddizioni della modernità. Un uomo coltissimo, con una biblioteca sterminata, fu anche il fondatore dell’Università delle Ande, lui che, in realtà, non si era mai laureato. Proprio Tempi fu tra i primi a parlarne in Italia, con un articolo significativamente intitolato L’hidalgo di Cristo. Poi sono venuti tutti gli altri, in Italia soprattutto Franco Volpi e le edizioni Adelphi.

Ma Franco Volpi non era anzitutto un germanista? E anche lei, mi pare, si è prevalentemente occupato di traduzioni dal tedesco…

In effetti, in Europa il pensiero di Nicolás Gómez Dávila è arrivato soprattutto attraverso la mediazione germanofona, non a caso, subito dopo le edizioni originali in spagnolo, i suoi testi sono usciti a Vienna. Tra coloro che per primi ne scoprirono gli aforismi ci fu  Ernst Jünger, probabilmente perché in lui riconobbe lo spirito più autentico di quella Rivoluzione Conservatrice di cui era stato uno dei protagonist più fervidi. Poi: Dietrich von Hildebrand,  Robert Spaemann, Botho Strauss, Martin Mosebach …

D’altra parte, anche l’autore di questo volume sul “reazionario” colombiano è una figura emergente nel pensiero conservatore tedesco. Chi è Till Kinzel?

Anche la personalità di Till Kinzel è riconducibile a questo mondo intellettuale che, nei paesi di lingua tedesca, e soprattutto a Berlino e nell’ex Germania Est, sta cercano vie d’uscita dalla crisi spaventosa in cui la modernità si è avvitata su ste stessa. Kinzel è un giovane studioso, anglista e filosofo, che ha ottenuto la libera docenza con una tesi, poi pubblicata, dedicata alle riletture americane di Platone e ha al suo attivo interessanti testi su Jünger e C.S. Lewis. Questo suo saggio è la prima presentazione sistematica dell’opera di Nicolás Gómez Dávila ed è tratto dalla seconda edizione tedesca, giovandosi della supervisione di importanti figure accademiche tedesche, statunitensi e ispaniche.

A leggere le prime pagine di questo volume, parrebbe di essere di fronte a una contraddizione; Nicolás Gómez Dávila non dice forse che è meglio leggere direttamente gli autori piuttosto che i volume sugli autori? Vuol dire che non si fidava delle interpretazioni?

Vuol dire che Nicolás Gómez Dávila diffida del sistema, come modello di pensiero chiuso. È come se ci dicesse in continuazione: se vuoi imparare a nuotare, devi entrare in acqua, non discuterne. Però un’introduzione è utile e necessaria, ed è altra cosa, quando non si perde di vista l’obiettivo che è la lettura diretta dei testi. Lui stesso riteneva addirittura che i testi andassero sempre letti in originale. Così, quando cominciò a studiare a fondo Kierkegaard, imparò il danese, che si aggiunse alle numerosissime altre lingue, antiche e moderne, che conosceva molto bene. Il testo per lui viene sempre prima. Studi e contributi scientifici possono essere utili quando ne richiamano la centralità e impediscono di equivocarne il significato, magari a causa di una cattiva contestualizzazione.

Il titolo di questo saggio non sembra fatto per incoraggiare i lettori. Che cosa vuole dire “sostenitore di cause perse”?

“Perse” può significare che non ci sono più, oppure che non si trovano più, ma sono nascoste da qualche parte. Ciò che è perso non è necessariamente sconfitto, almeno sin quando non muore il desiderio di cercarlo. Il titolo riprende alla lettera quello tedesco che, a sua volta, si richiama a un aforisma di Nicolás Gómez Dávila. Mi è sembrato che fosse un messaggio insieme provocatorio e molto utile, in una civiltà che identifica la vittoria con l’apparenza temporanea delle mode.

Nel testo si parla di “libro concentrico” e “libro lineare”: che cosa vuol dire?

Sono due belle espressioni dell’autore, che nei Nuevos Escolios rivendica di non aver scritto un «libro lineal», un libro lineare, ma un «libro concéntrico». Il libro è, cioè, da intendere come un’opera da cui per il lettore si aprono dei cerchi di significato e dei livelli di significato, attraverso la lettura e la rilettura, in cui è chiamato a entrare con tutto se stesso. Attraverso i suoi paradossi, in forma di aforismi, il testo, rimeditato mediante una sua lettura seria e ponderata, fa sì che il pensiero non rimanga fermo e bloccato in presunte certezze. Se si legge con attenzione – cioè con quel «rimuginare», di cui parla Nietzsche – il lettore tenace finirà per essere colpito da un aforisma, magari bizzarro o provocatorio, che diverrà, da quel momento, il punto di partenza di una riflessione approfondita.

Perché gli aforismi? C’è un nesso con l’idea di “biblioteca implicita”?

La cultura europea conosce una lunga tradizione di pensiero aforistico, anzi, se ci si pensa bene, le prime forme della filosofia occidentale, erano brevi versi poetici, non trattati. Così Eraclito, figlio di un sacerdote, non tenne lezioni da una cattedra, ma offrì suoi pensieri sulla natura del mondo sull’altare del tempio di Diana Efesia.  Nella forma dell’aforisma compare la dimensione frammentaria tanto dell’esistenza che della conoscenza umana. Per Gómez Dávila il frammento letterario è «espressione del pensiero onesto», che non suggerisce una continuità là, dove non c’è.  D’altra parte, l’aforisma è sintesi estrema. A volte, nel frammento si nasconde il tutto di letture continue e faticose, di intere biblioteche, appunto “implicite”, che solo a uno sguardo colto e attento appaiono tali. Con questi suoi pensieri, oltre che ai filosofi antichi e alla tradizione aforistica spagnola e francese,  Gómez Dávila si è certamente richiamato anche a Nietzsche, che, come è noto, ha descritto la volontà di sistema come mancanza di onestà intellettuale.

Già, il «Nietzsche delle Ande»… Quanto Nietzsche c’è in Nicolás Gómez Dávila?

Tra i primi a usare quell’espressione ci fu proprio l’italiano Franco Volpi, colui che che lo ha fatto conoscere in Italia e il cui lavoro è rimasto tragicamente interrotto dalla sua morte improvvisa. Lasciamo che sia lo stesso Gómez Dávila a rispondere: «Leggere Nietzsche come una risposta significa non capirlo. Nietzsche è un’immensa domanda», scrive sempre nei Nuevos Escolios. Con questa sua presa di posizione Gómez Dávila coglie, indubbiamente, qualcosa di essenziale in Nietzsche, che non è certamente il richiamo  alla volontà di potenza, al mito dell’eterno ritorno o alla morale della critica alla morale. È un Nietzsche riletto come disperata volontà di conoscenza. Il lettore sarà allora aiutato a guardare Nietzsche e al suo stare al limite dell’abisso in modo diverso. Cito Kinzel: «Come uno sperone conficcato nella carne dell’autosufficienza, per condurre i lettori a uno sguardo libero sulla realtà».

Veniamo alla politica. NGD si autodefinisce “reazionario”, ma, al contempo, dice che il reazionario appartiene al futuro, non al passato. Che cosa significa?

Posso rispondere solo brevemente, perché questo è uno dei temi centrali e trattati per esteso in questo saggio. Gómez Dávila, con questo termine così impopolare e provocatorio, riprende la tagliente critica al liberalismo di Donoso Cortés, quando questi afferma che la borghesia non sa comandare, perché ha nel sangue l’odio verso quelli che comandavano ed è consapevole della propria incapacità di comandare. Non basta essere conservatori, non basta conservare. Ma non basta nemmeno guardare al passato: la modernità deve essere attraversata. Il «reazionario» non persegue alcuna società paradisiaca, il suo ideale è quello della «società che c’era nei tempi di pace della vecchia Europa, prima della catastrofe demografica industriale e democratica», ma la valutazione positiva di queste forme sociali premoderne può essere interpretata anche nel senso che in esse, in quanto forme storiche concrete, trova espressione uno sguardo di fondo sul problema della cultura e su quel che è bene per l’uomo. Tale sguardo riconosce che è sempre una minoranza – dunque, in senso stretto, una élite – a realizzare delle imprese significative per la civiltà. Gómez Dávila sottolinea il fatto, fastidioso per il dogmatismo democratico, per cui le grandi imprese culturali non sono fenomeni derivanti dalla cultura di massa: la «cultura è un fenomeno “elitario”, e lo è necessariamente». Allo stesso modo egli chiarisce senza equivoci che non la guerra, ma la pace è la condizione di vita ideale per la società umana.

Gómez Dávila non è tenero con la Chiesa contemporanea. Perché?

Perché, da credente, intuisce lo spostamento in atto dalla centralità dell’avvenimento cristiano a forme di moralismo umanitaristico, e le combatte con forza. La sua tesi è che, allo scopo di rendere più leggera la barca del cristianesimo, che minacciava di affondare nelle acque della modernità,  la teologia liberale di ieri si era sbarazzata della divinità di Cristo; oggi, la teologia radicale «si sbarazza anche dell’esistenza di Dio». In tal modo il cristianesimo viene trasformato in «un agnosticismo umanitario, semplicemente provvisto di un vocabolario cristiano». Gómez Dávila ha ben presente le conseguenze della cosiddetta «svolta antropologica» rahneriana nell’ambito della teologia cattolica. Con un riferimento all’evento della Pentecoste, in cui gli apostoli furono ripieni dello Spirito Santo, si richiama alla riduzione modernistica della teologia, come discorso di Dio, a discorso su dio, ridotto a proiezione dell’uomo, e alla distruzione iconoclastica delle forme della religiosità popolare, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Lo fa con un sottile gioco di parole sul nome del filosofo tedesco la cui ombra si staglia sulla riduzione antropologica del cristianesimo: «Sul Concilio Vaticano II non sono scese lingue di fuoco, come sugli Apostoli riuniti insieme, ma un ruscello di fuoco, un Feuerbach» (Escolios).

Questo volume è uscito nella collana libraria da Lei diretta, Antaios. Perché?

Perché Anteo/Antaios è colui che non poteva essere sconfitto sinché avesse mantenuto i piedi per terra e, difatti, Eracle, per vincerlo lo solleva da terra. La collana, che si richiama all’omonima rivista fondata da Mircea Eliade ed Ernst Jünger, vuole essere proprio una vetrina aperta sul pensiero del radicamento, sulle cause «perse» che vale la pena di ritrovare!