Negri nuovo arcivescovo di Ferrara-Comacchio. «Vengo con giovanile baldanza a condividere con voi l’incontro con Gesù»

Si è svolta ieri pomeriggio la cerimonia di insediamento dell’arcivescovo, tra un incontro con i giovani della diocesi e la prima celebrazione nell’antico Duomo ferrarese.

«Là, in mezzo al gorgo. È in quel luogo che, da più di millecinquecento anni, si concentrano le sedi del potere religioso, civile e politico. La piazza. Da un lato, la cattedrale di San Giorgio, cuore pulsante della città sin dall’epoca medievale. Dall’altro, il Palazzo municipale, a fianco l’antica piazza delle Erbe». Con queste parole lo scrittore e giornalista Fabio Cavallari descrive, nella prefazione di Enrico Zanotti, la politica che lascia il segno, il cuore della città di Ferrara, la stessa che ha accolto ieri pomeriggio monsignor Luigi Negri come arcivescovo della propria diocesi.
Negri arriva dalla diocesi di San Marino-Montefeltro e ieri a Ferrara ha anticipato i punti sui quali si fonderà il proprio magistero in occasione di un incontro con i giovani della diocesi, che non hanno esitato a chiedere un aiuto nel «tenere fisso lo sguardo sul Signore Gesù». Alla domanda di un ragazzo universitario su come il rapporto con Gesù possa diventare sempre più concreto (in un contesto dove Dio sembra essere posto sempre più in secondo piano e nel quale la fede viene vista come una esperienza astratta e sentimentale), il nuovo arcivescovo non ha avuto dubbi nel rispondere: «Vengo con giovanile baldanza a condividere con voi l’incontro con Gesù Cristo, compimento di tutte le attese del nostro cuore». Questa è la risposta: condividere questo incontro come si fa normalmente con una persona viva. «Ci vuole un momento nella vita in cui occorre essere aiutati a prendere coscienza di quello che è accaduto», ha detto. «Molti sono ancora lontani ma insieme andremo a raggiungerli; abbiamo il compito di riaprire l’incontro con il Signore, al quale ognuno secondo la propria coscienza e libertà risponderà come riterrà opportuno».
Nella sua prima omelia rivolta ai numerosi fedeli presenti, monsignor Negri si è così presentato: «Ho sentito profondamente risorgere l’antica e sempre nuova domanda “Mi ami tu?”. Questa domanda segna il filo conduttore della vita cristiana e si dovrebbe dire di ogni momento. Con la totale umiltà della mia vita e con la certezza di questi anni, dico “Signore, tu lo sai che Ti amo”». Una grazia assoluta che si riscopre man mano che ci si prende sempre più sul serio.
«In questo modo rinasce continuamente la fiducia per la vita che ci è data: la Chiesa è nel mondo, e per il mondo». Secondo l’arcivescovo quindi, il primo servizio che può fare il popolo di Dio in questo tempo è «riproporre un giudizio chiaro che si formula secondo l’insegnamento costante del magistero della Chiesa: Cristo è necessario all’uomo perché l’uomo possa essere se stesso». Questo giudizio è possibile affermarlo perché «passa dalla nostra vita quotidiana, passa dalla concretezza della nostra esistenza». E non solo passa da essa, ma la rende utile, necessaria.
Così, “Tu fortitudo mea” non è solo il motto dello stemma episcopale dell’arcivescovo, ma è una delle frasi che testimonia come ogni fiducia dell’uomo possa e debba essere riposta in Gesù Cristo. «So che la mia vita vale poco – continua Negri – ma è consegnata da me stasera nelle mani di Dio». Concludendo il proprio saluto alle autorità e al popolo ferrarese riunito nell’accogliere il proprio pastore, monsignor Negri ha salutato «i numerosi amici presenti appartenenti al movimento di Comunione e Liberazione» e ha ricordato la profonda consonanza con sua santità Benedetto XVI: «Che egli possa essere ancora per tanto tempo un punto di riferimento spirituale e culturale, e una testimonianza di come di vive e si muore, per Cristo e per tutta la Chiesa».