La Chiesa e «quell’annunzio che sconvolge la vita in positivo e la mobilita»

«Ho dovuto ricominciare quasi da zero. Ma un feeling tra il popolo e la Chiesa». Parla monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio

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luigi-negri-70-anni-jpeg-crop_displayArticolo tratto da Zenit.org – Parlare di fede cristiana senza peli sulla lingua è la sua specialità. A dieci anni dalla sua ordinazione episcopale (fu ordinato il 7 maggio 2005, diventando vescovo di San Marino-Montefeltro), monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, descrive con puntuto realismo lo stato attuale della Chiesa italiana, la cui principale forza è da lui individuata nella sintonia con il popolo. Uno dei punti di debolezza più evidenti è, invece, secondo il presule, nella riduzione della fede ad una pratica ritualistica, accompagnata da qualche opera di bene. A margine della sua lectio magistralis su “Esorcismo e nuova evangelizzazione”, tenuta nell’ambito del X corso Esorcismo e preghiera di liberazione, monsignor Negri si è intrattenuto con Zenit per una breve intervista in cui ha ricordato in particolare che ciò che rende viva ed unita la Chiesa è l’unicità della sua missione dell’annuncio di Cristo Risorto.

Eccellenza, tra circa un mese Lei celebrerà i dieci anni della sua ordinazione episcopale. Qual è l’insegnamento più importante che ha tratto in questa fase della sua vita pastorale?
Una cosa l’ho imparata in negativo: non credevo che la situazione ecclesiale ed ecclesiastica fosse così grave. Intendo dire che ho riscontrato una quasi totale incapacità a vivere la missione che Dio ci ha dato, anche in luoghi come la diocesi di San Marino-Montefeltro che, per le sue dimensioni è come una grande parrocchia… Eppure anche lì la disintegrazione della fede è ai livelli di New York o Milano e la Chiesa non aveva compreso questo cambiamento. La Chiesa che ho trovato, da una parte e dall’altra, era una Chiesa ridotta ad una presenza liturgico-sacramentale (con una frequenza alle funzioni assai bassa) e caritativa (almeno, comunque, si faceva un po’ di bene…). Mancava però quell’annunzio che sconvolge la vita in positivo e la mobilita. Quindi io ho dovuto ricominciare quasi da zero. Non credo comunque che in altre diocesi la situazione sia molto  diversa.

Lei ha elencato con chiarezza quelli che sono i punti di debolezza della Chiesa italiana. Quali sono, invece, a suo avviso, i punti di forza?
I punti di forza ci sono perché, come disse Benedetto XVI al Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona del 2006, c’è un feeling tra il popolo e la Chiesa. Il popolo sa riconoscere bene quando la Chiesa si propone nella sua oggettività e sa anche ben discernere tra chi nella Chiesa vive bene l’esperienza della missione e chi invece fa altro.

Il cardinale Bagnasco, sulla scia di alcuni significativi interventi di papa Francesco, ha richiamato le coscienze sul problema della corruzione. Qual è, secondo Lei, la risposta che la Chiesa può dare a questa piaga sociale da cui, purtroppo, non è immune?
Innanzitutto, la Chiesa può dare una risposta non coinvolgendo dal suo esterno realtà di corruzione, quali che siano le offerte che le vengono fatte. In secondo luogo, a fortiori, non deve favorire questo all’interno della Chiesa. I corrotti nella Chiesa devono essere corretti!

Nell’opinione pubblica e, in particolare, nei media, c’è una tendenza a contrapporre una Chiesa attenta ai temi sociali ad una Chiesa più legata alla dottrina e ai temi etici: è una dicotomia con qualche fondamento?
Se la Chiesa è missionaria, tutte le dimensioni possono essere assunte e valorizzate: ci sarà chi è più tagliato per una presenza sociale, espressione della novità cristiana, altri che, invece, ritengono che siano da privilegiare azioni che rendono più consistente il soggetto ecclesiale. Altri ancora hanno una preoccupazione di formazione spirituale e culturale. Secondo me, se la Chiesa èuna nella sua struttura e ha una sua missione, può valorizzare le diversità. Ho trascorso con don Giussani cinquant’anni della mia vita: lui ha dato alla Chiesa italiana e non solo un contributo significativo in ogni campo, dalla cultura alla società, dalla politica alla missione. Da dieci anni faccio il vescovo e tutti quei valori, li vivo a contatto con situazioni diversissime da quelle che avevo vissuto fino ad allora.

Il Santo Padre ha appena annunciato l’Anno Santo della Misericordia. Che opportunità rappresenta il Giubileo per i cattolici di oggi?
Due cose del Giubileo mi sembrano particolarmente belle. Innanzitutto che sia per la Chiesa un’esperienza di recupero della misericordia nella sua oggettività e la misericordia è un incontro con Cristo. In secondo luogo mi auguro che sia accessibile a tutti: il fatto che possa essere celebrato nelle diocesi è una grande e positiva opportunità.

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