Nazareth, autogol israeliano

Adesso che la frittata è fatta gli israeliani si rendono conto dell’errore compiuto: hanno legittimato un gruppo estremista che darà loro problemi e allontanato il riconoscimento internazionale di Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele

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Ma che faccia di bronzo. Adesso che il governo laburista di Ehud Barak ha concesso agli estremisti musulmani di Nazareth di posare la prima pietra della moschea della discordia a 50 metri dalla basilica dell’Annunciazione, e che questo atto ha provocato una crisi nei rapporti fra Israele e la Santa Sede, l’opposizione del Likud si scatena. Ehud Olmert, sindaco di Gerusalemme del partito dell’ex premier Netanyahu, dichiara che aver autorizzato la costruzione della moschea è stato “sbagliato e irresponsabile”. In parlamento e su vari organi di stampa il Likud denuncia che il partito laburista e il primo ministro Barak hanno stretto un patto coi musulmani di Nazareth per esaudire tutte le loro richieste in cambio del loro sostegno politico ed elettorale.

Eppure la cronaca è troppo fresca per sperare che gli osservatori dimentichino come sono andate le cose: a incoraggiare le teste calde di Nazareth, quando ebbe luogo l’occupazione della piazza antistante la basilica, furono gli uomini dell’allora premier Netanyahu, in prima fila il suo braccio destro David Greenberg. La manipolazione politica della vicenda da parte israeliana cominciò allora. Cosa succede adesso? Manovre elettoralistiche “Succede che in Israele tutte le decisioni riguardanti la minoranza araba della popolazione sono condizionate da qualche manipolazione politica”, dice Tom Segev, editorialista di Ha’aretz, il quotidiano filo-laburista che nell’aprile scorso denunciò, con un articolo a firma dell’ex sindaco di Gerusalemme Meron Benvenisti, la strumentalizzazione della vertenza da parte degli uomini di Netanyahu a fini elettoralistici (cfr. Tempi n. 40). “Il fatto è che gli arabi di Nazareth votano alle elezioni israeliane. Il principale interesse del governo è che a Nazareth regni la pace, ma la seconda preoccupazione è: “chi ci porta più voti?”. E visto che la maggioranza della popolazione locale è composta da musulmani, i ministri in carica, che siano del Likud o laburisti, alla fine decideranno in base a considerazioni elettoralistiche”.

Evviva la sincerità. Segev ammette qualcosa che i politici israeliani non ammetterebbero mai. Ma nemmeno lui ammette che gli israeliani siano responsabili di una più grave forma di manipolazione politica, denunciata sia dal patriarca di Gerusalemme mons. Sabbah che dal portavoce vaticano Navarro-Valls: il tentativo di fomentare divisioni nel campo arabo mettendo i musulmani contro i cristiani. L’accusa ha fatto saltare i nervi al ministro degli Esteri Levy che, molto poco diplomaticamente, ha pensato bene di controbattere un addebito circostanziato dando dell’antisemita al Vaticano: “E’ la loro infelice ma antica abitudine di puntare il dito accusatore nella direzione sbagliata”. Segev dice: “No, il governo israeliano ha interesse che a Nazareth non ci siano disordini, non ci sia violenza, che resti una cittadina tranquilla”.

Eppure la divisione in campo arabo si è prodotta eccome, e non solo fra cristiani e musulmani, ma anche all’interno del campo musulmano: Arafat e il Consiglio superiore islamico di Gerusalemme sono intervenuti, invano, per scongiurare l’avvio dei lavori della moschea. Tagliente la replica dello sceicco Menasra di Nazareth: “Di che cosa si immischia Arafat? Qui siamo cittadini israeliani, non dipendiamo dall’Autorità palestinese”.

Divisioni dentro al governo Il divide et impera ha funzionato ancora una volta, non si può negare. Eppure stavolta gli israeliani non appaiono affatto soddisfatti. Lo attestano le divisioni in seno al governo: il ministro per gli affari religiosi Yitzhak Cohen non perde occasione per criticare il permesso di costruzione della moschea concesso dal suo collega Shlomo Ben Ami, il ministro per la Sicurezza nazionale. David Jaeger, 49enne sacerdote francescano di nazionalità israeliana, conferma le dichiarazioni rese all’agenzia Fides: “Tutti gli alti dirigenti ministeriali israeliani con cui ho parlato negli ultimi mesi e anche esponenti di alto livello delle forze di sicurezza erano assolutamente contrari all’iniziativa del ministro Ben Ami. Adesso lui è isolato all’interno dell’esecutivo, che guarda alla sua decisione con incredulità ed orrore”.

Gli israeliani provano rimorso per le decisioni prese per due motivi fondamentali. Il primo è che gli avversari di Arafat da loro in questa occasione incoraggiati e legittimati rischiano, come già successo nel caso di Hamas, di diventare per Israele un nemico molto più spietato e intrattabile del leader palestinese: le celebrazioni per la posa della prima pietra della moschea si sono svolte al grido di “Libereremo la moschea di Al Aqsa!”. Trattasi della grande moschea sulla spianata del Tempio a Gerusalemme est, occupata dagli israeliani nel 1967. Il secondo è che, dopo la vicenda di Nazareth, Israele non può più sperare di far cambiare idea alla Santa Sede sullo statuto di Gerusalemme: com’è noto, la Santa Sede chiede uno statuto internazionale per la città a garanzia della sua agibilità religiosa da parte di tutte le religioni che la considerano santa, mentre gli israeliani vorrebbero che fosse riconosciuta internazionalmente come capitale dello Stato ebraico e affermano di essere i migliori garanti dei diritti di tutti i credenti. Dopo quello che è successo a Nazareth questa pretesa appare, per usare un eufemismo, poco plausibile. E di conseguenza il riconoscimento internazionale si allontana. Non c’è che dire: un autogol clamoroso per pochi voti nazareni.

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