Navi e sospetti: come ti rovino la reputazione

Peripezie e dolori dei marittimi italiani accusati di traffico d’armi e gli argomenti della difesa

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Piangono, i marinai di Silvi Marina, Francavilla al Mare, Martinsicuro, Giulianova, San Benedetto del Tronto, e non soltanto lacrime metaforiche. Qui, a cavallo fra Abruzzo e Marche, reclutava marittimi la Shifco, la società armatrice tirata in ballo nella morte di Ilaria Alpi e in storie di traffici d’armi. Ai tempi belli, c’erano 200 marinai italiani imbarcati sui pescherecci della flottiglia. Poi le voci han fatto perdere contratti alla compagnia e quindi il lavoro ai pescatori, ma soprattutto la rispettabilità: “Te lo giuro, l’ho visto piangere coi miei occhi” dice Mario Mancinelli, che per la Shifco lavora sin dalla sua nascita, parlando di un collega. “Uno come lui, che per quarant’anni ha pescato i baccalà fra gli iceberg a rischio della vita, adesso si sente dare del trafficante di armi perché ha lavorato un po’ con noi. Qua c’è gente che non esce più di casa per la vergogna, c’è gente che ha dovuto ritirare i figli dall’università perché non riesce più a pagare le tasse accademiche”.

A gettare sale sulle ferite già aperte è arrivato, alla fine di gennaio, il libro di Maurizio Torrealta, giornalista di Rai3, sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. In quelle pagine la Shifco è accusata, fra le righe, di tutto: di essere al centro di truffe della cooperazione italo-somala, di oscure trame coi servizi segreti italiani, di traffici di rifiuti tossici e scorie nucleari (!), ma soprattutto di traffico di armi, la cui scoperta da parte dei due giornalisti italiani sarebbe stata punita con la morte. La Shifco e il suo armatore, Said Omar Mugne, hanno sporto querela. Ma per loro la strada è tutta in salita, perché comunque sarà difficile liberare le navi dalla fama sulfurea che ormai le circonda. Basti pensare che nella relazione conclusiva della Commissione governativa d’inchiesta sulle presunte violenze dei militari italiani in Somalia, datata 26 maggio 1998, troviamo scritto a proposito della Shifco, come fosse un punto ormai acquisito, che “Torrealta (il giornalista, convocato e ascoltato dalla Commissione – ndr)… ha parlato con alcuni marinai che hanno ammesso che l’attività principale della Compagnia era il commercio delle armi” (p. 80).

“Ma come cavolo si fa a trasportare armi coi nostri pescherecci -s’infervora Mancinelli-. Son barche piccole, se ci piazzi sopra dei container le affondi. Le armi si sarebbero dovute caricare in casse, e allora tutti avrebbero visto. Ma credete davvero che 200 marittimi italiani possano ordire una congiura del silenzio che dura per anni, e che gli organizzatori del traffico si fiderebbero di avere in giro 200 testimoni?”. Effettivamente la cosa sa un po’ di fantascienza. E i due-tre marittimi che hanno lanciato accuse non hanno fatto una bella figura: Biagio D’Aloisi ha ritrattato e accusa Torrealta di avergli offerto soldi per le sue rivelazioni (cfr. Tempi n. 22, pp. 14-15), il somalo Mohamed “Forchetto” Samatar che racconta di aver visto trasportare armi fra Beirut e Tripoli del Libano, era in realtà già stato sbarcato all’epoca dei fatti per aver minacciato con un coltello il comandante della nave, e una terza persona, il comandante Trallori, parla solo per sentito dire. Ma se i pescherecci sembrano fuori discussione, lo stesso non si direbbe necessariamente per la nave-frigorifero “21 Ottobre III”, un bestione che è costato 26 miliardi. Lì i container si potrebbero trasportare, e l’elenco delle destinazioni suona sospetto: Beirut, Belfast, l’Iran, ecc. “Tutti quei viaggi hanno giustificazioni commerciali -spiega Mancinelli-. Fra un trasporto di pesce e l’altro, la nave carica altri prodotti alimentari per varie destinazioni pur di non viaggiare a stive vuote o di non dover attendere senza far nulla i sei pescherecci della flotta che le portano il pescato. Per un certo tempo la “21 Ottobre” è stata dotata di container-celle frigorifere, per il trasporto di crostacei e altri prodotti bisognosi di refrigerazione, poi li hanno tolti. Ma gli ingressi in porto di una nave così grande sono tutti registrati ai Lloyd di Londra, non c’è possibilità di fare cose di nascosto”. A proposito dei container della “21 Ottobre”, è interessante la deposizione del funzionario del ministero degli Esteri Piero Ugolini, grande accusatore delle navi Shifco, alla Commissione d’inchiesta sulla cooperazione italo-somala: “Mugne scrisse una lettera nella quale… affermò che la nave era arrivata con sei contenitori usati e non dodici nuovi. Il ministero ci mandò un telex in cui si chiariva che li aveva mandati per errore. Come se si potesse fare un errore (di questo genere)… Certo non ho alcuna prova, ma abbiamo pensato che questa nave avesse bisogno di trasportare qualcosa per cui fosse necessario spazio e si può capire cosa, e quindi dei contenitori che potessero essere maneggiati meglio di un frigo nuovo che evidentemente non si presta molto a trasportare un mortaio, tanto per parlare chiaro”. Bene, ma allora questo Mugne che protesta non sembra proprio comportarsi come un trafficante d’armi, no? Meglio per lui e per tutti i suoi marinai, italiani e somali.

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