In mutande ma vivi: chi non viene al Dal Verme, Zagrebelsky è

Aderiamo alla convocazione del Foglio e invitiamo tutti domani al teatro Dal Verme a Milano, non solo perché non vogliamo darla vinta a quei pm che bramano la morte civile del presidente del Consiglio, ma perché le campane a morto non suonano solo per Berlusconi, ma per la democrazia italiana che “i migliori” vogliono abbattere attraverso un “golpe morale”

“In mutande, ma vivi”. Questa è la parola d’ordine dell’autoconvocazione di popolo che Il Foglio sbatte in faccia con allegria e decoro ai poliziotti del “confiteor recitato battendo i pugni sul petto degli altri” (Giovanni XXIII) dopo che, naturalmente, la vita degli altri è stata cinicamente irrisa, odiata, intercettata a strascico, passata al tritacarne sui giornali padronali.

Per questo ci saremo anche noi, domani, sabato 12 febbraio, al teatro Dal Verme, ore 10,30, con Giuliano Ferrara e compagnia cantante, da Piero Ostellino a Piero Sansonetti. Ci saremo non solo perché non vogliamo darla vinta a quei pm che vogliono la morte civile del presidente del Consiglio (“deve sparire” scrivono i loro attendenti sui giornali), ma perché le campane a morto non suonano solo per Berlusconi, ma per la democrazia italiana.

Sì, ha ragione Umberto Bossi, «è una guerra totale di giudici contro il parlamento». E una guerra non solo di un pugno di magistrati che dal ’93 inseguono l’incubo dei loro sogni. Ma la guerra di quelli che si suppongono essere “i migliori cittadini” contro tutti gli altri, maggioranza di italiani, che “i migliori cittadini” ritengono essere nient’altro che dei “corrotti”, “idioti” e “servi” per il solo e semplice fatto che essi non la pensano e non votano come vorrebbero che pensassero e votassero “i Migliori”.

Dal 1993 ad oggi l’unico fatto incontrovertibile in questo Paese è che politica e parlamento sono stati messi sotto tutela dalle procure. Si tratti di referendum o di leggi o di decreti non si ricorda nella storia della Repubblica un solo frangente in cui, come in questo ventennio, s’è vista la magistratura operare per frapporsi e sostituirsi all’attività del legislatore.

A partire dal primo avviso di garanzia a Berlusconi all’indomani della sua discesa in campo dopo la fucilazione per via giudiziaria dell’intera classe politica non comunista (1994), solo il primo biennio del governo Prodi (1996-1998) è stato nei fatti autorizzato a governare. Dì lì in avanti le procure l’hanno fatta da padrona e tenuto in ostaggio la politica (e l’economia) qualunque fosse il colore dell’esecutivo in carica. Il risultato è che l’Italia è ferma da quasi vent’anni. Trascinata in un continuo lavacro di cosiddetta “legalità” che non ha risolto una sola delle grandi questioni del paese, contribuendo invece ad aggravarle tutte.

Quest’ultima campagna ha il sapore della resa dei conti. Si deve cioè infine sapere se, come ogni paese normale, anche l’Italia ha il diritto di essere governata dai rappresentanti eletti democraticamente dal popolo. O se, invece, ricorrendo ad ogni strumento giudiziario lecito (le inchieste) e illecito (violazione sistematica del segreto istruttorio, intercettazioni a strascico, processi sui giornali), l’Italia deve essere una repubblica fondata sul protagonismo e la discrezionalità del pm di turno.

Infatti, c’è un solo atto di legalità, trasparenza e responsabilità che manca all’appello dopo quasi un ventennio di controllo di legalità, trasparenza e responsabilità esercitato dal potere giudiziario nei confronti degli altri due poteri costituzionali: l’atto popolare che ha votato a stragrande maggioranza referendaria l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati. E’ l’aver disatteso fino ad oggi l’esito del referendum del 1987 il vulnus democratico che consente alla magistratura di essere ancora oggi l’unica categoria di italiani completamente sottratta ad ogni vero controllo di legalità, trasparenza e responsabilità dei propri atti.

Ora, se è vero come è vero che c’è un conflitto in corso ormai da quasi vent’anni. Se è vero come è vero che in questa circostanza è in palio molto più che la privacy di un capo politico: è in palio la sicurezza e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni che dovrebbero proteggerli (anche sulla base di certe evidenti priorità, una delle quali è certamente la delinquenza che imperversa minacciando i cittadini fin nelle loro case, non l’accerchiamento poliziesco della casa del premier per conoscerne le abitudini e le frequentazioni) invece che spiarli e trascinare le loro vite private alla pubblica gogna. Se è vero come è vero tutto ciò, allora bisogna essere consapevoli che questo braccio di ferro è decisivo per “la comunità di destino” (Angelo Bagnasco) in cui viviamo.

In altre parole: o in Italia esce rafforzata la democrazia così come prevista dalla Costituzione in forma di pesi e contrappesi dei poteri. O l’Italia entra definitivamente nel tunnel in cui l’ha sospinta un’avanguardia di magistrati, giornalisti e intellettuali che non riuscendo a conquistare il potere per via democratica pretendono per sé la “superiorità antropologica” e perseguono costantemente il “golpe morale”. Che ieri sbandierava le “mani pulite”, oggi sbandiera “le mutande sporche”. A questi totalitari con la maschera dei puritani, vogliamo dire allegramente ciò che dal primo numero di Tempi andiamo dicendo, che ribadiremo domani con gli amici foglianti e che continueremo a dire su questo sito e settimanale Tempi: “No, grazie: in mutande, ma vivi”.