Millionaire di dollari e di spettatori

È il nuovo telequiz prodotto dalla Walt Disney: il più popolare negli Usa dagli anni Cinquanta a oggi, sforna un miliardario a puntata, fa audience in tv come la guerra in Kosovo e il sexgate di Clinton e fa discutere i salotti che contano. Storia del gioco a premi che presto sbarcherà in Italia

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Nell’attesissimo count down verso il Duemila gli americani stanno dimenticando in fretta il pericolo del virus Y2K, il pessimismo dei seguaci di Nostradamus, la noia del prossimo anno elettorale, lo scandalo del loro presidente, la guerra che ha portato per qualche mese il Kosovo sui loro schermi televisivi e l’ondata di spiritualità che sembrava dover pervadere il mondo alla fine di un secolo di guerre, stermini e filosofie politiche.

La telemacchina dei soldi Dimenticano tutto per accendere il televisore e seguire uno show settimanale intitolato “Millionaire”, un quiz che ad ogni puntata trasforma il suo fortunato protagonista in un neo miliardario. Dalle stalle alle stelle, insomma, con qualche sporadica interruzione per gli acquisti. La formula del quiz televisivo è vecchissima e risale agli anni Cinquanta del leggendario “Twenty one”, best seller americano per alcune stagioni prima che si scoprisse che le domande e le risposte erano truccate e che il suo giocatore di maggior successo, un giovanotto molto bello e molto ben preparato di nome Charles Van Doren, era stato imboccato in anticipo. Lo scandalo era finito al Congresso dove gli americani avevano scoperto che la televisione sapeva anche mentire e la formula del quiz show era finita in cantina. Oggi però con il suo “Millionaire” l’America celebra due fattori sociali che resteranno per sempre impressi in questo 1999 di grandi fortune economiche, di una Wall street lanciata verso le stelle, di un’America di nouveau riches senza scrupoli. Il primo fattore è quello della grande mediocrità nazionale: le domande del quiz show sono banali, facili, semplici e collegate più alla realtà da tabloid che da enciclopedia; così la gente partecipa con grande trasporto e s’immedesima in quel poveretto che alla fine della puntata televisiva torna a casa col suo bel miliardo e che magari nella vita faceva il cameriere, il barista, il contabile. Lo applaudono e dicono: “Se partecipassi potrei arricchirmi anch’io…”. Il secondo fattore riguarda invece il grande amore per il denaro con cui gli americani salutano il nuovo millennio e grazie al quale celebrano, ogni settimana, “Millionaire”. In un paese in cui Las Vegas sta diventando la città che cresce al ritmo più veloce e dove l’esplosione nazionale di casinò e lotterie statali ha portato gli americani a spendere più al gioco che non nei supermercati e dove anche i bambini, per Natale, vogliono solo collezionare le figurine di Pokemon, raccolta così famosa ormai da vantare milioni di clienti e aficionados, quel quiz show rappresenta la felicità e la vera idea di democrazia: mai prima di adesso, a esclusione del leggendario show televisivo “I love Lucy” nessun altro spettacolo televisivo aveva racimolato una audience più diversificata, sia socialmente che come età, appassionando dai vecchi ai bambini, dai ricchi delle grandi metropoli ai contadini dello Iowa.

Tutti ricchi e contenti…

“Millionaire” è uno show a lieto fine e difatti è prodotto dalla Walt Disney che ha finalmente scoperto uno spettacolo a poco prezzo che fa felice Wall Street senza offendere nessuna religione. “Certo – sorride l’agente hollywoodiano Bernie Brillstein – Ma forse Walt Dinesy in persona si sta rigirando nella tomba a vedere quel prodotto della bramosia americana”.

Ma questo poco importa ai produttori televisivi della rete ABC, costantemente attaccati agli indici d’ascolto. E sono solo pochi quelli che se ne lamentano, come Rosalyn Weinman, produttrice della catena televisiva avversaria NBC e che in un’intervista al New York Times si è sfogata: “Sono giorni difficili, questi di fine secolo; tutte le cose che i nostri genitori ci avevano insegnato si sono dimostrate inutili e false. Nessuno s’interessa di te se sei onesto, buono, sei cerchi di essere un bravo cittadino. S’interessano a te solo se sei bello e ricco”.

tranne le tv concorrenti (che inseguono) Ma anche NBC ha capito che dietro al quiz show si nasconde una nuova miniera d’oro e si sta accingendo a riportare in onda il vecchio “Twenty one”. E questa volta vuole farlo con una formula interattiva: grazie ai nuovi televisori che sono anche computer e Internet, gli spettatori potranno giocare da casa, rispondendo alle domande chieste al concorrente e vincendo punti omaggio e sconti sugli acquisti. E così nascono ovviamente i paralleli tra il Duemila e gli anni Cinquanta di un’America che, finita la grande guerra, voleva divertirsi, scoprire il rock, comprarsi una casetta con giardino e una nuova macchina. “Una decade noiosa e piatta – dice Jack Newman, professore di storia alla Columbia university -. Saranno così anche i prossimi dieci anni? Almeno nel vecchio “Twenty one” gli americani avevano un obiettivo: dimostrare ai russi che noi eravamo più eruditi, più preparati e intelligenti. Oggi invece è solo questione di vincere soldi…”.

Durante lo scandalo di “Twenty one” John Steinbeck aveva scritto una lettera al presidente Adlai Stevenson; era indignato e preoccupato per l’America e scrisse: “Ci siamo rammolliti? Se io volessi distruggere una nazione le darei troppo, troppe cose, troppo benessere e alla fine l’avrei messa in ginocchio, malaticcia e assetata di soldi…”.

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