Milano sono tutto tuo

Uno scrittore, originario della “provincia a misura d’uomo”
racconta la sua città: perché non la vuole vivibile, ma vissuta;
non su misura per gli uomini, ma fatta dagli uomini.
Elogio della capitale che non piace al Palazzo di Roma

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Giro per Milano, ossia per la mia città, e non capisco. Sento dire che questa città è diventata invivibile. Sono vent’anni che lo sento. Quando lo faccio notare, c’è sempre qualcuno che dice: sì, ma cinque anni fa era niente in confronto a questo. Ammettiamolo: potrebbe esserci del vero. I morti sono all’ordine del giorno – ma questo, se permettete, può stare nel conto: siamo o non siamo una metropoli moderna? Londra e Parigi e NY sono forse poco violente? E allora, io mi domando perché, quando fa comodo, s’invocano – come nel caso della disoccupazione – i Grandi Problemi Planetari, mentre in altri casi siamo costretti a sorbirci mille omelie (anche in chiesa, anche in cattedrale) sulla Città Malata eccetera.

Ci sono altri problemi. Quelli risolvibili. Che sono i veri problemi. I giardini di viale Argonne fanno schifo e ricordano sempre più quelli dell’Ezbekeja, al Cairo. Piazza Duca D’Aosta, davanti alla tutankamica Stazione Centrale (l’epiteto è di Giovanni Testori), è stata rimessa a nuovo ma già adesso nei suoi giardinetti si accampano gli immigrati. La periferia va a pezzi da sola, senza nessun contributo fattivo dell’Amministrazione.

Tucc i dis che a Milan se mor…

Eppure, io continuo a non capire perché tutta questa gente sa con certezza che Milano è invivibile. Andate a Bologna, andate a Reggio Emilia, a Verona, a Torino – perché?, Torino vi sembra una città vivibile? E Roma? E Napoli? All’inizio di quest’anno, dopo che i primi sei giorni di gennaio erano stati macchiati da sei omicidi, si parlò a lungo di città malata. Lo dicevano i preti in chiesa, contribuendo ad accrescere non il coraggio ma la paura. Tutti erano certi di conoscere i mali di questa città. Solo io continuavo, e continuo, a non capire. Fatemi vedere una città non violenta – anzi, no: fatemene vedere una meno violenta (ma indiscutibilmente meno violenta) di Milano. Fatemi conoscere la famosa provincia a misura d’uomo. Io ci sono nato, nella provincia a misura d’uomo, e vi dico una cosa: fra tre, quattro anni sarà meglio non metterci piede, in provincia.

In Russia, dice mia moglie, la gente (che in mancanza di alcol beve il profumo, e anche la varechina) ama i suoi poeti. Anche gli Inglesi amano i loro scrittori, persino gli Americani. Dicono che anche i Ticinesi amino i loro poeti. Noi Italiani no. Per amare qualcosa, noi Italiani dobbiamo odiare qualcos’altro. C’è sempre qualcosa di cui non si può parlare. Ricordate quando non si potevano nominare i fascisti? Un mio amico, al liceo (anni ’70), era considerato fascista perché leggeva Ezra Pound. E quando non si poteva nominare Craxi? Il bene e il male stanno sempre uno tutto da una parte e uno tutto dall’altra. Il male è il Nulla, non se ne può parlare. Noi Italiani siamo così, dobbiamo sempre far finta di niente, c’è sempre qualcosa davanti alla quale dobbiamo passare fischiettando e girando la testa di là.

Ma a mi me se incant i occ Si parla, si analizza: va male qua, va male là. Intanto, la testa è girata.

Ci sono tanti bei posti, a Milano. Passato il ponte di via Farini e girando in via Ugo Bassi, si va in piazza Fidia e all’Isola, che è un bel posto. Scendendo giù dal cavalcavia Buccari, a sinistra c’è l’Ortica, che potrebbe diventare un bel posto, e non è brutto nemmeno adesso. La zona di via Cadore è bellissima, viale Monte Nero è bellissimo. Per non dire dei luoghi più canonici (alcuni un po’ deludenti, per la verità). Tutti parlano male di Milano (soprattutto quelli che l’hanno avuta in mano per trent’anni adesso se ne dichiarano schifati), ma io riesco ancora ad incantarmene. La amo e penso che ci si possa vivere bene. Anche se, francamente, non ci si vive bene. Le ragioni sono tante, e tutte legittime: l’incuria, il ritmo forsennato, l’accanito antiedonismo di una città senza caffé all’aperto, senza tempo libero, senza un “aperto”, senza un “fuori” dove andare a fare quattro passi, dove portare la morosa senza dover lasciare un occhio in qualche ristorante, la mancanza di un ordine pubblico efficiente (ma il problema è: la formazione delle forze dell’ordine, il senso dell’ordine delle forze dell’ordine), la criminalità, il bla bla bla – ma, come diceva Enzo Jannacci nella sua splendida Dona che te durmìvet, l’amore non c’è più. Ma l’amore el gh’è pü.

Fatta Milano servono i milanesi A Milano non manca la materia per diventare la città straordinaria che merita di essere. Non è la materia che manca. Manca la forma. La forma è l’amore di chi ci vive. Apro una rivista e vedo un’immagine di New York innevata. Siamo sulla Fifth Avenue, all’angolo sud-ovest di Central Park. Un individuo percorre la più famosa via del mondo con gli sci, e nessuno dei pochi passanti sembra farci caso. “Questa” sembrano dire “è la nostra città”. Un senso di pacifico possesso, di simbiosi tra la forma umana e la forma della città, una tentata corrispondenza che non può eliminare criminalità, violenza, miseria, ma che basta a dare l’immagine di una città, a renderla vivibile a quelli che vogliono viverla bene.

Con un’aggiunta importante. Non sempre l’amore congiunto può realizzare questo miracolo. Non bastano scrittori, poeti, artisti, e non bastano nemmeno sindaci e assessori solerti. Ci vuole la follia di qualche uomo capace di rischiare contro tutto e tutti. Oggi chi vuole fare il cantante deve andare a Londra. Ai primi del ‘900 chi voleva fare il pittore doveva andare a Parigi. Dietro lo splendore di una città c’è sempre qualche benemerito pazzo, capace di chiamare a sé altri benemeriti pazzi. È l’uomo che fa il luogo. Uomo chiama uomo, luogo chiama luogo. Una città è una cosa che s’inventa. Compito delle istituzioni è non impedire l’opera di questi pazzi – e, in ciò, un assessore onesto è spesso peggio di un assessore corrotto.

Certo, è ben difficile – in un Paese in cui chi cerca di contribuire al pubblico bene deve pagare una sovrattassa (in cui chi ama la res publica ha la mano mozza) – che questi benemeriti pazzi possano godere della necessaria libertà di azione.

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