Povera Milano, in preda alla furia dell’animo e a leader evanescenti come il sindaco fantasma Pisapia

Colpisce una certa diffusa “furia” radicale che caratterizza il sostegno a scelte clamorosamente sbagliate e l’inconsistenza di persone incapaci di legare in alcun modo buoni propositi e atti concreti

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Le vicende giudiziarie degli ultimi giorni che hanno colpito per la loro forsennatezza anche settori di opinione pubblica abitualmente meno sensibili, non sono che l’ennesima tappa della crisi del nostro Stato in svolgimento dal 1992. D’altro verso, poi, si collegano a elementi di disordine globale che si stanno moltiplicando grazie alle incertezze della leadership americana, peraltro ben condite dall’esibita mentalità bottegaia tedesca. Da questo punto di vista alcune sfrenate sentenze ricordano i gas urticanti usati dal potere turco per rispondere a una propria impasse di fondo e intimidire, in mancanza di meglio, una popolazione inquieta.

Ma al di là del quadro nazionale e di quello mondiale, alcuni episodi più recenti ci parlano innanzitutto del clima di una città come Milano. Personalmente amo il capoluogo lombardo, la sua aria di libertà che parla delle sue forti radici nel Comune medioevale, l’essere luogo previlegiato di scambi di idee e merci, attività che si consolidano a vicenda, il suo popolo profondamente laborioso e insieme generoso. Non mi sfugge però una certa sua fragilità che le deriva dall’essere stata molto solida “in sé” ma inadeguatamente inserita in uno di quei sistemi-nazione che hanno dato sicurezza e prospettiva alle altre grandi città europee. E “una fragilità” che nasce anche al fondo dall’avere una classe dirigente che in una parte essenziale si vergogna di essere troppo borghese ma non riesce neanche a essere decisa come lo è l’aristocrazia capace di guidare eserciti.

Una fragilità diffusa unita a un vizio preciso nelle classi dirigenti fanno sì che le inevitabili crisi che la storia impone a una comunità si trasformino ripetutamente in stati d’animo furiosi seriamente aggravati dall’essere accompagnati da leader evanescenti. Di simili processi ci parlano le rivolte patarine, certi aspetti di vigliacca rivalsa nella cacciata dei Torriani, il velleitarismo della repubblica postviscontea, i fatti legati alle cronache della Colonna infame, così il linciaggio di Giuseppe Prina, la fucilata a Carlo Alberto, così l’attentato di Gaetano Bresci, l’appoggio corrierista alle radiose giornate di maggio, la carriera di Benito Mussolini dal milanese Avanti a Piazzetta Sanselpocro, il Sessantotto più lungo del mondo e infine Mani pulite. Crisi drammatiche naturalmente si manifestano dovunque, specie nell’Italia dei Guelfi e Ghibellini, ma diventano sotto la Madonnina particolarmente insieme esplosive e croniche, e finiscono per produrre cedimenti di lungo periodo nella classe dirigente cittadina. Furia e inconcludenza, questi sono i tratti che emergono anche dagli ultimi casi cosiddetti di giustizia come espressione non tanto di un complotto quanto di uno stato d’animo diffuso e di una classe dirigente incapace di assumersi le proprie responsabilità: con l’aggravante che il peso della città lombarda è tale da influire duramente sull’insieme delle vicende nazionali.

Chi poteva opporsi e non lo ha fatto
In questa ottica è difficile non notare come tante personalità di quella che dovrebbe essere la classe dirigente milanese appaiano particolarmente evanescenti nella capacità di esercitare un ruolo di leadership: da Mario Monti ad Alberto Nagel, a un sindaco fantasma come Giuliano Pisapia (l’unico più evanescente di lui è stato il candidato del Pd alla presidenza regionale Umberto Ambrosoli) sino al capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati. Quel che colpisce da una parte è una certa diffusa “furia” radicale che caratterizza il sostegno a scelte clamorosamente sbagliate e contemporaneamente l’inconsistenza di persone che pure spesso esprimono punti di vista condivisibili ma sono incapaci di legare in alcun modo buoni propositi e atti concreti. E non si può non dimenticare come nel passato proprio partendo da Milano la miscela di furia di chi agisce e astrattezza di chi ha responsabilità precise abbia prodotto effetti devastanti.

Naturalmente la storia è determinata dall’azione di tutti i vari soggetti in campo e se prevale l’astratto radicalismo dei furiosi coperti dagli “evanescenti” una parte della responsabilità è anche di quei soggetti che a questa deriva potevano opporsi. Non mancano infatti nel capoluogo lombardo le forze della concretezza e quelle del riformismo che potevano contrastare gli esiti in corso. In questo senso per quel che riguarda il centrodestra vi sono serie responsabilità nell’avere scelto e poi lasciato sola quella poverina di Letizia Moratti, nell’avere fatto prevalere una pigra conduzione “romana” delle cose politiche, nell’avere assistito senza quasi scomporsi al massacro di Roberto Formigoni. Però per superare la nuova fase critica le forze più laboriose e quelle legate alle varie esperienze di riformismo (in parte anche quelle collocate a sinistra) oggi possono trovare principalmente nel centrodestra una forza che contrasti il blocco oggettivo di furiosi ed evanescenti: come si è visto pure con il voto del “contado” per Roberto Maroni. Certo non è una controtendenza che si può determinare spontaneamente.

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