Milano capitale europea post Brexit: Alfano e Padoan lanciano la candidatura

I ministri con il sindaco meneghino lanciano il capoluogo lombardo. C’è da battere la concorrenza di Parigi e Francoforte, ma anche di Amsterdam e Vienna

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L’atmosfera era quella dei grandi eventi, con la sala dell’Orologio di Palazzo Marino piena zeppa di giornalisti e con tanta stampa estera. I ministri Angelino Alfano e Pier Carlo Padoan, seduti rispettivamente alla destra e alla sinistra del sindaco Beppe Sala, hanno annunciato oggi la nuova sfida: Milano candidata a diventare la nuova City, cioè la capitale finanziaria d’Europa o meglio dell’Eurozona. Con una motivazione che si potrebbe riassumere così: Milano racchiude tutti i pregi di quel “meraviglioso paese” che è l’Italia ma non tutti i difetti e i ritardi. La burocrazia e la giustizia sono più efficienti, i trasporti veloci, l’istruzione è di qualità, il tessuto urbano è accogliente e la qualità della vita elevata. Insomma, Milano è il meglio dell’Italia, la faccia presentabile del Paese, detta solo in modo un po’ meno esplicito di così, da due ministri della Repubblica.

Ma facciamo un passo indietro: tutta questa vicenda (trattata diffusamente negli ultimi numeri del settimanale Tempi) ruota intorno agli effetti del dopo Brexit e alla fuoriuscita da Londra di alcune funzioni vitali per i mercati finanziari, oltre che di centri decisionali e quartier generali come quello dell’Agenzia europea del farmaco (Ema). Ma mentre per quest’ultimo non c’è altro da fare che attendere le decisioni del board dell’Ema sulla collocazione della nuova sede (si vedrà se in un immobile del centro di Milano oppure in un’area dei terreni Expo da riutilizzare, ma bisognerà decidere in fretta per avanzare una proposta concreta entro metà marzo), per ospitare altri uffici e sedi di attività bancarie e finanziarie, occorrerà attrezzarsi.

Alfano e Padoan ne fanno soprattutto una questione di marketing, a Milano le condizioni ci sono ma bisogna convincere gli operatori esteri. Via dunque a un road show a Londra che i due esponenti del governo hanno confermato per la prossima primavera. Intanto, nascerà una task force governativa, con il coinvolgimento di soggetti istituzionali come Banca d’Italia, Consob e Agenzia delle Entrate, per affiancare il sindaco Sala nella costruzione di questo percorso.

Un’altra misura per aumentare l’attrattività di Milano è rappresentata da incentivi fiscali (già previsti nell’ambito della Legge di Stabilità) che potranno essere utilizzati per facilitare l’arrivo e l’adattamento in città di impiegati, professionisti e funzionari inglesi con le loro famiglie (solo i dipendenti dell’Ema sono un migliaio). Insomma, si tratta di preparare una sorta di “welcome packaging”. Per quanto riguarda, invece, gli operatori finanziari si sta pensando invece, come emerso in conferenza stampa, all’ipotesi di una tassazione una tantum di 100 mila euro per i redditi detenuti all’estero mentre per quelli prodotti nel paese scatterebbe il regime italiano.

Ma attenzione, la sfida di Milano non è già vinta. Altre città si stanno candidando allo stesso ruolo. E Sala, che questo lo sa benissimo, ha ammesso che, oltre a Parigi e Francoforte, anche le candidature di Amsterdam e Vienna sono molto competitive.

Alla fine vincerà la città che si renderà più attrattiva agli occhi di operatori, investitori e aziende molto esigenti e che non avranno altro che l’imbarazzo della scelta per ricollocarsi in Europa. Uno dei punti più delicati della candidatura di Milano, è rappresentato dai tempi della giustizia ordinaria, soprattutto per quanto riguarda il mercato dell’Eurocleaning che di per sé comporta un potenziale di contenzioso. Per quanto più efficienti i tribunali meneghini non reggono il confronto con i tempi inglesi e nord europei. Proprio per questo la risoluzione approvata dalla commissione finanze della Camera il 17 gennaio fa riferimento a un codice di autoregolamentazione che dovrebbe funzionare all’interno del distretto grazie anche all’estensione delle competenze dell’Arbitro per le controversie finanziarie e alla possibilità di adire la Corte arbitrale europea. Ma di questo Alfano e Padoan non hanno fatto cenno.

Foto Ansa

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