La preghiera del mattino di Lodovico Festa
Meno male che c’è un Leone a frenare il disordine globale
Sull’Occidentale Bernardino Ferrero scrive: «I professionisti del declino americano hanno trascorso gli ultimi anni a descriverci un impero in dissoluzione: una potenza stanca, lacerata, polverizzata, sempre più incapace di guidare il mondo, prima ancora che se stessa. Poi, nel volgere di poco tempo, due immagini hanno capovolto quella narrazione. La prima: il giuramento di Donald Trump per l’inizio del suo secondo mandato alla Casa Bianca – tra dazi, intemerate contro Zelensky e proclami muscolari contro le università liberal. La seconda: la fumata bianca che ha proclamato papa un cittadino americano, Robert Francis Prevost, con il nome di Leone XIV. Due immagini che non potrebbero essere più lontane, ma che – insieme – riaccendono il dibattito sul destino di un “impero” che a quanto pare non si rassegna a finire. L’America torna grande, ma – com’è nel suo stile – lo fa a modo suo: in forme diametralmente opposte. Da un lato le dichiarazioni incendiarie da Mar-a-Lago, dall’altro la mitezza pastorale di un papa agostiniano che benedice in spagnolo, pensa in inglese e sogna in latino. In attesa che ci venga somministrata la consueta lettura binaria – il papa buono che parla di pace, e il presidente cattivo che pure, ohibò, invoca la pace – bisognerebbe forse porsi una domanda diversa: com’è possibile che una stessa nazione, nella stessa stagione storica, sia in grado di produrre due leadership così diverse, e tuttavia entrambe in grado di renderla ancora una volta il centro del mondo? Ancora una volta, gli Stati Uniti dimostrano di saper generare leadership strategiche e simboliche, politiche e spirituali. E il messaggio cristiano – dato per spacciato da chi racconta da decenni la fine dell’Occidente – torna a essere universale proprio passando per la capitale dell’impero. Leone XIV non è un papa trumpiano – e sarebbe sciocco incasellarlo nelle categorie della politica. Ma è americano. Ed è la prima volta nella storia che un cittadino degli Stati Uniti siede sul soglio di Pietro. Missionario agostiniano, cresciuto tra le due Americhe – Chicago e il Perù – porta con sé una vocazione pastorale che può farsi globale, tenendo insieme Nord e Sud del mondo, nella difficile arte di coniugare dottrina e misericordia, identità e dialogo».
La riflessione di Ferrero sul ruolo che l’America dimostra di mantenere nei nostri tempi, al di là delle gravi stonature trumpiane, anche con l’elezione di papa Leone XIV, merita una particolare attenzione.
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Sulla Nuova bussola quotidiana Stefano Magni scrive: «Il conservatore Charlie Kirk, dell’associazione non profit Our Turning Point, ha ricostruito la storia di voto di Robert Prevost nel corso degli anni, stabilendo che è un elettore repubblicano stabile, socialmente conservatore. “Il nostro team di Turning Point Action ha recuperato la cronologia delle votazioni di Papa Leone XIV. È un repubblicano registrato che ha votato alle primarie repubblicane quando non viveva all’estero. I nostri dati dimostrano che è un repubblicano convinto e che è contrario all’aborto. Turning Point Action ha pubblicato la sua cronologia, dimostrando che fino all’agosto 2023 Prevost era registrato come repubblicano e aveva votato alle elezioni presidenziali del 2024». Il cardinale Robert Prevost, comunque, non ha risparmiato critiche a Trump e a Vance, soprattutto sull’immigrazione. Non lo ha fatto scrivendo o dichiarando qualcosa di proprio, ma soprattutto rilanciando sui social network articoli critici. Ad esempio, ha rintuzzato JD Vance ripostando due articoli, uno della rivista America e l’altro del National Catholic Register, in cui si stigmatizza la visione dell’amore per il prossimo secondo il vicepresidente americano. “Gesù non fa una gerarchia di chi si ama”, è il senso di entrambi gli articoli, perché JD Vance ritiene che il “prossimo” da amare sia innanzitutto quello della propria comunità, poi lo straniero e l’immigrato».
Non credo proprio che, nonostante tutte le sue sciagurate iniziative, Donald Trump sia un Attila, però mi sento confortato dal fatto che vi sia un “Leone” a difendere innanzi tutto il senso di umanità e carità proprio nel cuore dell’Occidente.
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Su Formiche Massimo Faggioli, docente di Teologia e Studi religiosi alla Villanova University in Pennsylvania, dice: «Certo, l’attuale papa non è un occidentalista però ha ben presenti i problemi che caratterizzano in questo momento storico la Chiesa americana, che è fra le più importanti al mondo. Probabilmente il segnale che il Conclave ha voluto dare rappresenta una risposta all’incertezza di direzione che sta assumendo l’America di Trump. Fra l’altro il pontefice ha più volte criticato il vicepresidente JD Vance».
Sapere che c’è un Papa che conosce bene quali sono i difetti americani, che peraltro si accompagnano alle evidenti virtù della vitale società degli Stati Uniti, un po’ conforta chi come me è preoccupato dal crescente disordine globale.
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Su Dagospia da un’intervista di Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, Massimo Cacciari dice: «Io mi auguravo che eleggessero un Papa europeo perché avrebbe forse stimolato la politica di questo continente a riprendere fiato. Ciò detto, ritengo che il fatto che sia statunitense cambia poco perché le esperienze fondamentali le ha fatte in Sudamerica. Noto invece che anche da questo punto di vista l’Europa continua a perdere centralità a tutti livelli: politico, economico, religioso, morale e culturale. Non siamo tanto di fronte al tramonto dell’Occidente quanto al tramonto dell’Europa».
Se quella forza che è centrale nel sistema politico europeo, cioè i popolari, avesse raccolto il messaggio di Papa Ratzinger di ribadire le radici greco-giudaico-cristiane del nostro Vecchio continente, oggi certe considerazioni di Cacciari sarebbero meno attuali e convincenti.
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