Md si sveglia e scrive contro i pm che “preconfezionano la verità sui media” (Ingroia?)

in un documento di Magistratura democratica (la corrente di sinistra delle toghe) si attaccano quei giudici alla «ricerca esasperata di esposizione mediatica». Il nome di Antonio Ingroia non compare mai, ma il riferimento è evidente

Pubblichiamo un documento di Magistratura democratica, la cosiddetta “corrente di sinistra delle toghe”.

La necessità di un confronto continuo tra la giurisdizione e la società civile è convinzione fondante della identità del nostro gruppo: per questo MD, da sempre, rivendica l’opportunità della partecipazione dei magistrati al dibattito politico, sostiene la legittimità della critica pubblica ragionata ai provvedimenti giudiziari e alle attività di indagine, afferma l’intrinseca politicità dell’attività giurisdizionale e contrasta quelle posizioni culturali che tendono, nella sostanza, a restaurare una figura di magistrato avulso dalla realtà in cui opera.

Con la stessa fermezza e lo stesso vigore, però, MD, da sempre, ritiene che l’intervento pubblico del magistrato debba non sovrapporsi al proprio lavoro giudiziario, investire questioni generali ed essere caratterizzato da chiarezza, equilibrio e misura, cioè debba essere svolto in modo da non arrecare pregiudizio al lavoro giudiziario e alla immagine della giurisdizione. E ciò vale, in misura ancor maggiore, per i magistrati che conducono indagini particolarmente rilevanti e delicate sulle quali si concentra l’attenzione pubblica con rischi evidenti di strumentalizzazione, pensiero del resto condiviso in un recente intervento dalla stessa ANM.

Soprattutto in questi casi, infatti, è evidente l’inopportunità della ricerca esasperata di esposizione mediatica, anche attraverso la sistematica partecipazione al dibattito, da parte di magistrati, che approfittano dell’autorevolezza e delle competenze loro derivanti dallo svolgimento della attività giudiziaria e utilizzano nel confronto politico le conoscenze acquisite e le convinzioni maturate nel contesto di un’indagine.

Tra l’altro, un esito pericoloso di questa distorsione è la possibile creazione, in luogo diverso dall’ambito processuale, di “verità” preconfezionate che rischiano di influenzare o comunque di far “apparire” parziali l’operato della magistratura e le decisioni giudiziarie.

Ed è egualmente inaccettabile la sollecitazione e la ricerca da parte di magistrati del “consenso” ad indagini o all’esito di processi in corso, specialmente se si tratta dei magistrati direttamente investiti di quelle indagini e di quei processi o comunque appartenenti al medesimo ufficio.

L’esecutivo di Magistratura Democratica