Mauro: «Perché ho mandato sotto il Governo sulla riforma del Senato»

«Applicare la riforma del Senato così come è scritta nel testo del governo avrebbe significato accettare incongruenze gravi per una democrazia». Intervista a Mario Mauro

«L’efficienza di una democrazia è in contrasto con la frenesia elettorale». Così Mario Mauro, senatore e presidente dei Popolari per l’Italia, spiega a tempi.it perché in Commissione affari costituzionali al Senato ha deciso di votare l’ordine del giorno Calderoli, ottenendo il rinvio del termine per presentare gli emendamenti alla riforma del Senato al 23 maggio e, conseguentemente, il risultato che nessuna decisione potrà essere presa prima delle elezioni europee del 25 maggio. Per Mauro «è giusto che il Governo faccia il Governo e il Parlamento faccia il Parlamento».

Mauro, il suo voto all’ordine del giorno Calderoli è stato decisivo. Come lo giustifica?
È vero, perché quell’ordine del giorno, che – vale la pena ricordarlo – non contiene tanto le idee di Roberto Calderoli, che all’odg dà solo il nome in qualità di relatore, quanto piuttosto quelle di diversi e autorevoli colleghi sulla riforma del Senato, ha il significato di poterne condizionare lo sviluppo del processo di riforma. Vincolandolo, non solo al teso base del governo, che pure ho votato, ma anche al contenuto della discussione che c’è effettivamente stata in Commissione e dove, trasversalmente ai partiti e con larghissima maggioranza, si è espressa la volontà di andare oltre il testo del governo. Il mio intendimento, dunque, è quello di avere una riforma del Senato che migliori e dia senso a un testo che, purtroppo, appare ancora troppo contraddittorio. Senza il mio voto, la partita in Commissione sarebbe finita 14 pari, e non 15 a 13, e l’ordine del giorno non sarebbe passato. Anche perché il Governo, con una postura onestamente molto arrogante, pretendeva, pur avendo ascoltato il dibattito avvenuto in Commissione, di fare come se quel dibattito non fosse mai avvenuto.

Quali sono a suo parere i limiti del testo presentato dal governo?
Sono quelli che hanno già fatto presente in Commissione i diversi senatori del Pd e che l’altro giorno gli esperti hanno a loro volta hanno ribadito. Si tratta di alcune riserve che saranno poi tradotte in nuovi emendamenti. Sostanzialmente, se si applicasse il progetto di riforma del Senato così com’è stato formulato, ne deriverebbero una serie di rilevanti incongruenze dal punto di vista del funzionamento della democrazia. Per esempio, se si volesse trasformare il Senato semplicemente in una Camera di mediazione delle esigenze dei territori, allora si potrebbe soprassedere al fatto che siano eletti coloro che lo compongono, ma se, invece, il Senato si occuperà ancora di materia di revisione costituzionale, a me sembra indispensabile che l’esercizio del mandato di un senatore debba essere ancorato al principio contenuto nell’articolo 67 della Costituzione («senza vincolo di mandato») e quindi essere eletto. Per quanto riguarda, poi, la modifica del Titolo V, nel momento in cui si varia il rapporto di competenza tra Stato e Regioni, c’è inevitabilmente da ordinare a questo principio diverse parti del dettato costituzionale, così pure come diverse leggi, e ciò deve essere fatto salvaguardando gli equilibri tra i poteri dello Stato. In definitiva, mi sembra del tutto ragionevole prendersi il tempo che serve per ridiscutere e modificare quel testo. Non la vedo affatto come un’umiliazione per il governo. Anzi, sarà una vera e propria valorizzazione del lavoro finora svolto.

Dunque, non è sua intenzione bloccare il processo di riforma del Senato.
Il faro deve essere il superamento del bicameralismo perfetto, ma perché abbia senso il nostro progetto bisogna mantenere un certo tipo di equilibrio tra i poteri dello Stato che conservi la razionalità del testo costituzionale. Dopotutto, stiamo lavorando, se non sbaglio, alla Costituzione, quindi, o prevale la logica dell’esibizione muscolare in vista delle elezioni del 25 maggio, oppure prevale la logica della collaborazione per dare a una nuova generazione una nuova Costituzione. Considerando che, alla fine dei lavori, la presidente Finocchiaro e tutta l’assemblea hanno accettato la mia proposta di fissare i termini per gli emendamenti al 23 maggio, credo proprio che ciò dimostri come tutta questa frenesia di chiudere tutto subito non ci fosse.