Mario Mantovani, cento giorni dopo

A oltre tre mesi dall’arresto, un libricino raccoglie le diciottomila forme di sostegno, solidarietà, affetto e vicinanza, ricevute dall’ex vicepresidente lombardo

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Da una parte i servizi infamanti di Maurizio Crozza e le paginate di giornali con imprecisioni, storture o addirittura il proprio nome che viene tirato in ballo impropriamente, dall’altro, a cento giorni dall’arresto, le ben diciottomila forme di sostegno, solidarietà, affetto e vicinanza, ricevute spontaneamente da amici, colleghi, sostenitori.

La battaglia per l’onestà di Mario Mantovani prosegue con la pubblicazione di un libricino – dal titolo «Un uomo giusto» – che raccoglie una selezione delle migliaia di attestazioni ricevute dall’ex vice presidente di Regione Lombardia.

Testimonianze toccanti come quella di un ex alunno, Gianni, scelta per dare il titolo al libretto, «Lei è un uomo giusto!», come quella di un ex compagno di cella a San Vittore, che scrive: «Ciao Mario, sono Fabio mi auguro che quando arrivi a te questa mia ti trovi in forma e salute, unitamente ai tuoi cari, Sarò breve perché non voglio disturbare. Volevo ringraziarti per aver tenuto fede alla parola datami per quello che riguarda la mia amata compagna, la sento felice e questo fa felice anche me, grazie ancora, Ti auguro che al più presto il tuo calvario arrivi alla fine e che tutto torni alla normalità e alla quotidianità». Da un consigliere regionale lombardo: «Dio ridà più abbondantemente con la sinistra ciò che toglie con la destra». Da un imprenditore: «Caro Mario, ho appreso che a un perseguitato dalla giustizia italiana si può scrivere ma non fare telefonate (che comunque verrebbero intercettate). Allora ti scrivo; e ti scrivo per esprimerti la mia forte e sincera vicinanza e solidarietà in un momento così brutto che ti vede purtroppo protagonista (uno dei tanti) di battaglie politiche che partono da quei tribunali che dovrebbero amministrare gli strumenti della giustizia anziché usarli per propri scopi. Troppi elementi lo confermano, a tanti è chiaro, anche a chi non pratica politica. So che sei uomo forte e credente e che saprai superare questo drammatico momento. Certo della tua estraneità alle accuse che ti sono mosse voglio esprimerti questi sentimenti – e avrei voluto farlo molto prima – e unirmi ai tanti che aspettano il tuo ritorno, riabilitato ma purtroppo mai risarcito per quanto patito».

Le accuse lanciate contro di lui – alcune delle quali per giunta argomentate sulla stampa per impressionare l’opinione pubblica benché inutili ai fini di supporto della sua richiesta di arresto – hanno finito paradossalmente con il rafforzare la posizione politica di Mantovani. La carcerazione è stata pressoché universalmente considerata un provvedimento eccessivo, spropositato, e il protrarsi della detenzione in carcere, così come sapere che le indagini su Mantovani, contrariamente a quanto previsto dalla legge che dispone che esse possano essere svolte per sei mesi fino a un massimo di due anni, sono durate ben quattro anni, hanno indotto in tantissimi una simpatia nei confronti del politico lombardo.

Sarebbe lontano dalla realtà, tuttavia, sostenere che carcere, accuse mirabolanti, processo mediatico, abbiano fatto il bene di Mantovani. Il danno per lui e per i suoi cari è incalcolabile. E interroga ancora una volta operatori del diritto e dell’informazione su un caso che, ancora una volta, è stato raccontato dando voce soltanto all’accusa per i primi dieci giorni ed è poi sparito dai radar dell’opinione pubblica. Mentre Mantovani – e con lui le persone che gli sono affezionate – non si danno pace delle motivazioni che inducono in Italia a insistere sulla carcerazione preventiva senza che vi siano ragioni eccezionali e, soprattutto, come se ciò fosse del tutto normale, quando invece in carcere (e in subordine ai domiciliari) bisognerebbe andare solo dopo tre sentenze passate in giudicato.

* giornalista, esperto in litigation pr

Foto Ansa


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