Mario Barbuto, il magistrato che è riuscito a riformare la giustizia da solo. E a costo zero

Si vergognava di doversi pronunciare su processi vecchi di decenni. S’è messo in testa di cambiare il sistema. Con una regola semplice e soprattutto esportabile

mario-barbuto-anno-giudiziario-torino-2015-ansa

Pubblichiamo la rubrica di Maurizio Tortorella contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Domandina semplice semplice: se voi foste il presidente di un tribunale civile italiano, uno tra i tanti che ogni giorno affogano nei processi, che cosa fareste? Come provereste a venirne fuori? Per esempio: da quale causa partireste? Dalla più vecchia o dalla più recente?

Lo so, sembra la più stupida delle domande. Invece non lo è, per nulla. Perché è proprio da questa domanda che, 14 anni fa, partì la “grande marcia” di Mario Barbuto. Nato a Taranto 72 anni fa, Barbuto ne ha passati quasi nove (dal gennaio 2001 al settembre 2009) da presidente del Tribunale di Torino, poi altri quattro come presidente della Corte d’appello in quella stessa città. E dato che il lavoro gli stava a cuore e si vergognava di dover pronunciare sentenze su procedimenti antichi, iniziati decenni prima, s’è messo in testa di riformare il sistema. Con una regoletta facile: «Prima le cause vecchie, poi le nuove».

Risultati? Nei primi cinque anni, a Torino, l’arretrato si è ridotto del 26 per cento. E senza spendere un euro in più. L’idea successiva è stata “targare” le cause per anno: un colore diverso per ogni fascicolo, in modo che fosse facile individuarne l’età e più agevole stabilirne la gerarchia temporale di trattamento. Direte voi: banale! In realtà è stato più rivoluzionario che tagliare la testa a mille giudici ignavi. A Torino, oggi, il 94 per cento dei processi dura meno di tre anni. La media è di 424 giorni, contro i 1.260 della media nazionale: quel tribunale è al settimo posto per la brevità delle cause, nonché l’unico tra i grandi a comparire in testa alla classifica italiana.

Qualche altro presidente di tribunale, tra quelli più intellettualmente onesti, ha capito che l’idea era giusta e ripetibile. A Marsala, per esempio, da qualche anno Gioacchino Natoli (prima di diventare presidente di Corte d’appello a Palermo, un mese fa) ha adottato il “modello Barbuto”. E oggi quel tribunale, che con una pianta organica di 25 magistrati può dirsi di dimensioni medio-piccole, detiene il record meridionale di velocità: una media di 461 giorni a processo, e solo il 5,7 per cento del totale supera i tre anni di durata. Al confronto, Palermo è lentissima: 800 giorni. Agrigento è a 795, Trapani a 755.

Negli anni, da buon magistrato-manager, Barbuto ha condensato la sua esperienza in un decalogo della buona amministrazione giudiziaria. Ancora una volta, nulla di sconvolgentemente geniale, né di bizzarro: tra le regole codificate c’è l’obbligo di una rilevazione semestrale per catalogare le cause ancora pendenti e “isolare” le più vecchie, che devono essere sottoposte ad accelerazione in base a un lavoro che coinvolga tutto l’ufficio giudiziario e gli stessi avvocati. Saggezza, l’amministrazione del buon padre di famiglia. E senza spendere un euro in più.

Dal maggio 2014, l’ex presidente del tribunale di Torino è a capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, e la sua nomina è stata probabilmente una delle poche mosse azzeccate del Guardasigilli, Andrea Orlando. Nel frattempo, Barbuto è stato celebrato dalla Banca mondiale e perfino dall’ambasciatore americano in Italia, John R. Phillips, che parlando in più di un convegno sulla giustizia di lui ha detto, stupito: «Ha applicato tecniche manageriali che potrebbero essere applicate con successo in tutta Italia. Perché non lo fate?».

Invece gli italiani, in stragrande maggioranza, ignorano il lavoro e i meriti di questo magistrato schivo, timido, che detesta apparire. La speranza è che l’elefantiaca struttura burocratica del ministero della Giustizia gli lasci spazio di manovra e gli consenta di combinare qualcosa di buono, anche lì. Auguri.

Foto Ansa