Margiotta&Broglio, un giovin leopardiano e come l’Antimafia sventòla tremenda minaccia di un bacio di Riina a Gesù

Lettere

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Gentile direttore, Le scrivo a proposito dell’articolo pubblicato in data 31 ottobre a firma Francesco Margiotta Broglio dal titolo “Le colonne d’Ercole”. Ritengo infatti piuttosto grave, da cittadino italiano, da cattolico e soprattutto da presente alla manifestazione, il travisamento di quanto detto dal Papa operato dall’articolo succitato. Non solo infatti l’articolo inizia deplorando l’inesistente “attacco” che il Pontefice avrebbe sferrato contro quello che – per ingigantire abnormemente e dunque ridicolizzare – viene definito “l’ultimo muro da abbattere in Europa e cioè la Costituzione della Repubblica italiana”, ma soprattutto continua con inesattezze davvero raccapriccianti (…). Papa Giovanni Paolo II infatti non ha certamente inteso voler abbattere la Costituzione italiana, né la si abbatterebbe così facendo, solo perché, sottinteso a quanto da Lui pronunciato, vi sarebbe il dovere di ridiscutere il significato del famoso “senza oneri per lo Stato”, ridiscutendo il quale, chissà perché, si abbatterebbero le “colonne d’Ercole”, il non affrontabile, l’indiscutibile! Quasi che i cattolici fossero dei sovversivi determinati dal desiderio di abbattere lo Stato e di violare l’inviolabile! Nulla di tutto questo è accaduto in piazza San Pietro. Semplicemente, un Papa che ha a cuore la libertà di tutti, ha voluto dire a tutti, ministro compreso, che chiunque, dunque anche i cattolici, deve avere il diritto di scegliere e di poter perseguire concretamente il modo con cui educare i propri figli (…) Luca Valsecchi, testimone del 30 ottobre Margiotta Broglio è stato per molti anni, dalle colonne del Corriere della Sera, un finissimo azzeccagarbugli. Oggi il nostro canonista laico dà la sensazione di grattare il fondo del barile ed è comunque abbondantemente superato in laicità da quella coppia di editorialisti, non certo di origini vaticane, Angelo Panebianco e Sergio Romano, che hanno brillantemente illustrato in più occasioni l’utilità e la sensatezza di una considerazione delle istituzioni educative come un fatto non peculiarmente statale. L’imbroglio di Margiotta è che egli sa che di quel comma 3 dell’articolo 33 della Costituzione (“senza oneri per lo Stato”) Broglio dà una interpretazione non soltanto riduttiva, ma contraria allo spirito del legislatore: Margiotta chiama l’inciso “colonne d’Ercole”, ma Broglio finge di non sapere che lo stesso onorevole Epicarmo Corbino, autore dell’omonimo emendamento che integrò l’articolo costituzionale con l’inciso “senza oneri per lo Stato” e che il Parlamento approvò il 29 aprile 1947 con 244 voti a favore, 204 contrari, in sede di dichiarazione di voto precisò: “Noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire a favore degli istituti privati, diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato”. Cosa ben differente dall’interpretazione dogmatica, camuffata da professorale oggettività, che ce ne offre Margiotta&Broglio.


Egregio direttore, sono uno degli studenti la cui famiglia, anche al prezzo di notevoli sforzi, può permettersi la libertà di educare il proprio figlio. Non solo: sono uno dei pochissimi studenti dell’istituto Sacro Cuore di Milano, liceo classico. Il mio passato, le medie, in una scuola statale, unito ai drammatici racconti di amici, costituisce il mio bagaglio di nozioni circa la scuola gestita dallo Stato nonché termine di paragone con la mia situazione attuale. Non posso non danzare di gioia della possibilità che mi è data, di conoscere la verità, prendere come ipotesi di questo irresistibile processo l’esistenza di un Mistero che fa le cose e non la “decisione” inspiegabile del caso. Ringrazio dunque i miei professori che mi aiutano in questo per amore, decisamente più confortante dei soldi. Ringrazio colui che li aiuta nel ricordare e prendere coscienza di questo giusto Motivo (mi riferisco nel mio caso a “quel ramo di un Leopardi di Desio”), e di chi meglio lo rappresenta nella scuola, il rettore, don Giorgio Pontiggia. Mi capita, e spero avverrà sempre più spesso, di incontrare studenti della scuola Statale ed inevitabilmente di scontrarmi con loro. Qui nasce il mio dolore, di cui sempre meno riesco a giungere ad una soluzione. Mi dispero e arrabbio nello scoprire l’ assenza di un senso vero nelle azioni che fanno, l’ignoranza in cui sono tenuti su certi argomenti o addirittura la violenza che subiscono allorquando gli si pone un giudizio senza motivarlo. Sono schiavi di ciò che il professore insegna loro, schiavi di chi decide ciò che il professore deve dire, tanto è vero che quando incontrano un insegnante che motiva ciò che insegna, cioé che costituisce “uno squarcio che apre all’ infinito” della possibilità di conoscere realmente si appassionano. Ma con la riforma dei cicli temo che insegnanti del genere tenderanno a essere soffocati per poi sparire. Giungo quindi alla mia domanda che banalmente potrebbe essere “perché il male?”. Ma voglio andare oltre. Io credo, ed è questo che mi inorridisce, che il male, cioé il Potere, e nel mio piccolo Berlinguer ed il governo che lo sostiene, sia cosciente della nostra posizione, giusta e che voglia combatterla per una sorta di odio violento che trova soddisfazione levando silenziosamente libertà innegabili. Ma in nome di cosa? perché l’odio? Se come sono portato a credere, la nostra può essere una battaglia dialettica perché parliamo alla ragione dell’uomo, perché non accettano chi ha più ragioni, se ciò che gli proponiamo è la Felicità? Non ho risposte se non certe visioni apocalittiche che vedono 30 massoni a capo del mondo in attesa dell’ anticristo per sconfiggere Dio. E che non mi soddisfano affatto, perché poco realistiche. Le chiedo dunque un aiuto e spero che possa accettare un invito a cena in data a sua scelta per aiutare me ed altri amici a rispondere a ciò.

Zvonimir A., Milano Una lettera così, finisse nelle mani di una prof. democraticamente sleale e malmostosa, ce la vedremmo esibire come prova dell’ingenuità, se non dell’“indottrinamento”, a cui esporrebbe la libera scelta dell’educazione. E invece una lettera così dice semplicemente la verità, dice che la prima cosa che una scuola dovrebbe offrire a un ragazzo sono uomini e donne liberi e leali davanti alla ragione che è sete di conoscenza della realtà e richiesta di introduzione alla scoperta di un significato ultimo della realtà medesima. Ecco perché, questa, fanciullo mio è l’età più bella, e perché la scuola dovrebbe essere il sabato del villaggio della vita, scoperta dentro l’esistenza (di cui i nomi sono “consequentia rerum”) che “tu sol pensando o ideal sei vero”. Questa lettera però dice anche un’altra cosa: dice che di quel popolo giovanile che si annoia dietro i banchi, che sballa nelle discoteche, o che è sbattuto per strada a far da cornice alle operazioni politiche di giornali, sindacati, ex-neo-post comunisti romani, i maestri malmostosi e sleali dovranno un giorno rispondere. E probabilmente, cari Camera&Fabietti, non davanti al pizzo di Lenin, alla barba di Marx, o ai baffi del Che. Del resto, caro Zvonimir, discorreremo a tavola.


Egregio direttore, ho appreso dalla stampa che, a seguito della scadenza del termine massimo (?) di tre anni e mezzo di regime ex art. 41 bis carcerario, il detenuto Totò Riina è stato reintegrato nella sua facoltà di poter assistere alla celebrazione della S. Messa. Ergo: prima, se voleva, non poteva farlo. Uno Stato che non garantisce il diritto (neppure al suo “diavolo” in carne e ossa) a poter esercitare ciò che, tra l’altro, è statuito dall’art. 19 della Costituzione è uno Stato che bara. Il diritto di professare liberamente in qualsiasi condizione una persona si trovi, il culto della propria fede religiosa in forma individuale o associata è, a mio avviso, l’unico presupposto di contenuto e di metodo, ragionevole, per poter discutere di diritti da difendere senza che ciò si trasformi nell’esercizio vacuo dell’“aria fritta”.

Avv. Massimo Ansaldo, Genova I professionisti dell’Antimafia, recentemente usciti malamente scornati da un processo teorema durato sette anni (tra l‘altro, lei avrà certo sentito parlare di quei poveri e indifesi magistrati cha hanno gridato al linciaggio nei loro confronti e che, poverini, deboli e isolati come sono, hanno prontamente ottenuto la testa dell’ottimo presidente dell’associazione magistrati, colpevole di non aver fanaticamente difeso il loro indifendibile operato), hanno uno strano modo di interpretare il loro pur duro e rispettabile mestiere di funzionari dello stato preposti all’amministrazione giudiziaria. Loro non possono permettersi il lusso di essere né buoni, né cattivi, ma semplicemente “applicatori delle leggi” e “umili servitori” di ciò che essi considerano l’unico e vero Padreterno in terra: lo Stato. Per questo hanno evitato che Toto Riina potesse anche solo avvicinarsi al corpo di Cristo. E se l’avesse baciato? In tutta coscienza a posto, come avrebbero potuto non istruire un processo all‘Altissimo? ¶
Carissimi, in questi tempi di regime leggere gli articoli di Baget Bozzo e di Paolo Gulisano è come respirare aria di montagna stando a Milano con la nebbia.

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