Marco Biagi, mio marito. Marina Orlandi e quella sera di dieci anni fa

Sono trascorsi dieci anni dall’assassinio di Marco Biagi. Proponiamo le parole che la moglie del giuslavorista assassinato dalle Br ha pronunciato alla trasmissione la Storia siamo noi. Le passioni, l’impegno e quell’ultimo intervento prima della fatidica notte del 19 marzo 2002.

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19 marzo 2002 – 19 marzo 2012. Sono passati dieci anni da quando un commando delle Nuove Brigate Rosse tese un agguato mortale al consulente del lavoro Marco Biagi, uno dei principali estensori del Libro Bianco con cui il secondo Governo Berlusconi voleva riformare il mercato del lavoro.
Mercoledì 14 marzo Rai Due ha mandato in onda, in prima serata, un’interessante puntata de “La Storia siamo noi” dedicata alla sua figura. Tra gli interventi quello della moglie, Marina Orlandi, che qui vi riproponiamo.

Ma la puntata de “La Storia siamo noi” offre altri spunti su cui riflettere, ricordando che l’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati attaccò pubblicamente Biagi, accusandolo di essere uomo vicino a Confindustria. La sua colpa era quella di aver messo in discussione l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (norma che regola i licenziamenti per giusta causa). Un’esasperazione che più volte fu respinta da Biagi stesso. Proprio in alcuni suoi ultimi interventi, il professore affermò: «Dell’articolo 18, il Libro Bianco fa cenno, ma non lo considera un punto nevralgico, anche se traspare un orientamento favorevole a una revisione». E nella sua ultima intervista: «Bisogna trovare una via di mezzo all’articolo 18 e anche la Cgil potrebbe accettare una sperimentazione breve di un paio d’anni».

Il Libro Bianco è datato 2001, ma gli screzi tra Biagi e la Cgil iniziarono nel 2000, quando il giusvalorista inaugurò a Milano con la giunta Albertini il “Patto per il lavoro”. Un progetto per nuove forme di contratti di lavoro, riguardanti la realtà degli extracomunitari e la loro assunzione attraverso nuove norme di reclutamento. Il suo allievo, il giusvalorista Michele Tiraboschi, afferma nel video: «Biagi immaginò un percorso su basi flessibili, ma anche soluzioni che riguardassero la formazione e la riqualificazione dei lavoratori assunti». Questo progetto, che inizialmente incontrò l’attenzione dei sindacati, fu poi respinto da Cofferati che, in visita a Milano, ordinò ai dirigenti locali di non firmare l’accordo.
Racconta Antonio Panzeri, all’epoca segretario generale della Camera del Lavoro milanese: «Non firmammo l’accordo, perché uno dei punti fondamentali era la deroga della contrattazione nazionale. Un eventuale accordo avrebbe posto la Cgil in una posizione di effettiva difficoltà».

Qui pubblichiamo l’ultima email che Biagi inviò ai collaboratori di Maurizio Sacconi il giorno prima di essere ucciso: «Mi sentirei un vigliacco a stare dalla parte di Cofferati».

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