Malinconica scuola, l’uomo del respiratore staccato e diglossia

Lettere

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Egregio direttore, come volevasi dimostrare, il nefasto contratto che governo e sindacati hanno propinato al mondo della scuola sta già svelando le sue iniquità. Infatti, quando un collegio dei docenti deve andare a definire i referenti dei progetti, là dove prima c’era il fuggi fuggi oggi c’è un accanito parapiglia. La responsabilità è di chi ha pensato un sistema sovietico in forza del quale è la maggioranza di un collegio che attribuisce una responsabilità che tra l’altro verrà remunerata e farà fare un salto di carriera. Consiglio a governanti e sindacati di fare un giretto in qualche scuola della Germania, dove un insegnante assume una responsabilità dopo concorso e non perchè è stato votato dai suoi colleghi. Come si fa a pensare che sia una elezione collegiale a definire una professionalità?

Gianni Mereghetti, Abbiategrasso (Milano) Sul finire d’anno scolastico e in apertura di campagne elettorali di qui al 2001 (europee, amministrative locali e politiche generali) converrà ricordare che, all’ingrosso, insegnanti e personale non docente valgono più di un milioncino di voti. Dunque, a proposito di soviet, è improbabile che collegi docenti occupati da blocchi sindacali in servizio permanente alla politica politicamente corretta rinuncino al loro ruolo di coppieri governativi e a quell’egemonia consolidata in decenni di teatrini assembleari. La scuola di stato è un’istituzione autoccupata a gestire la demagogia e il potere dei soliti noti (di spicco la Cgil). Gli insegnanti lo sanno, ma per lo più soffrono in silenzio. Gli studenti lo intuiscono, ma per lo più sbarcano il lunario. In quel grande e giocondo centro sociale che è la scuola italiana oggi, c’è posto per i condom, oltre che per la cannabis, ma è molto difficile trovare ospitalità per l’educazione della persona, che, sapeva Einaudi e sanno i movimenti del Palavobis, è impresa ardua e delicata, esigente autorità e libertà. Evangelicamente parlando, l’attuale scuola offre la grave e malinconica impressione dell’altra sponda del lago, dove un popolo di giovani e adulti vaga come gregge senza pastore.


Egregio direttore, nei giorni scorsi abbiamo appreso la notizia che l’insegnante di Monza che qualche mese fa ha staccato la spina dal respiratore automatico, a cui era collegata la moglie malata, sarà processato. Il Pubblico Ministero gli riconoscerà come attenuante il fatto che egli avrebbe agito “per motivi di particolare valore morale”. Ma, cosa significa tutto questo? Non possiamo rimanere indifferenti davanti ad un simile modo di giudicare la realtà. Con grande cordialità
Francesca Mangiagalli, Cernusco sul Naviglio (Milano) Significa semplicemente che quel pubblico ministero probabilmente non sa quello che dice, ma sicuramente rende omaggio ai sondaggi, cavalca come può l’occasione di far parlare di sé per un mezzogiorno di pausa pranzo, archivia un ritaglio di giornale che lo illuse di uscire da un dignitoso anonimato.Il giudizio su quella vicenda per noi è chiaro: non crediamo che sia amore la presunzione che si possa liberamente disporre della vita di una persona, anche quand’anche fosse accertato (e questo non è neppure il caso) che questa persona abbia disposto per testamento la propria volontà di essere eutanasizzata. E poi, non si può in nessun modo giustificare che dopo essere entrato in un ospedale, cioé in una comunità di sofferenti, e aver fatto quello che ha fatto infischiandosene del rispetto e dell’esempio al nostro mondo comune, uno affronti il l’inevitabile giudizio rivendicando per principio il diritto di “farsi giustizia da sé”. Questa, mutatis mutandi, era la logica delle Br o la logica del “Dottor morte” per cui bisognerebbe ammazzarne a milioni di malati terminali del pianeta. Ciò non toglie che se tutti i casi giudiziari meriterebbero cristiana pietà, questo esigerebbe particolare magnanimità. Anche noi, fossimo nei panni del magistrato, ci troveremmo in grave ambascia nell’esprimere un verdetto e, soprattutto, una pena. La galera non la si può augurare a nessuno.


Caro direttore, partecipo volentieri alla campagna di solidarietà “Pane per i profughi” promossa dal Banco Alimentare. Ho solo una perplessità: come possiamo condurre con efficacia la nostra battaglia contro la mentalità dominante dei Signori della Guerra se siamo così culturalmente sottomessi da sentire il bisogno di usare l’incomprensibile termine “voucher” per indicare il buono da 5mila lire?

Cordialmente Roberto Guagni, Rapallo Poiché non condividiamo l’aristocratica (e puramente letteraria) ipocrisia progressista che difende le identità dei popoli contro l’imperialismo Usa, e poiché sappiamo che il ’68 al potere è una veltroniana dama di compagnia dello yankysmo da emigrato benignano a Hollywood, una predicatrice di valori critici alati e poi in realtà sgangherato esempio di acritica omologazione ai costumi imperiali dell’epoca, davanti all’uso strumentale dell’inglese non diremo con l’illustre filologo Cesare Segre che “bisogna rassegnarsi, l’italiano si trova già in serie B”. Diremo invece con il linguista Mario Negri, che “è un fatto, dunque non va scoraggiato”. Un tempo i popoli discorrevano in latino, perché era un fatto che quella era la lingua del Sacro Romano Impero e perché l’Europa latina e cristiana plasmò in un unico grande popolo le più lontane e bizzarre stirpi del pianeta. Nel secolo americano è inutile invocare il ritorno al “bonus”. “Buono”? Ieri era Dante, oggi è dialetto.

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