«Sotto di te scorre la vita, non si sta mai con le mani in mano». Madonnina, protettrice di Lombardia

Ieri presentata in Regione il calco della statua dorata di Maria che sta in cima al Duomo di Milano. E oggi un incontro di presentazione del nuovo libro di Mario Melazzini

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«La Madonnina riassume in sé le nostre radici e le nostre tradizioni». «Lei – e guarda raggiante all’insù – è la protettrice della nostra Lombardia». I virgolettati sono, rispettivamente, dell’assessore alla cultura Cristina Cappellini e del presidente della Regione Roberto Maroni. I quali, beatamente infischiandosene dell’aria di sfiga e depressione che circola nell’Italia delle polemiche sul presepe e i vatileaks, ieri mattina, mercoledì 16 dicembre, hanno presentato alla stampa il calco della statua dorata di Maria che sta in cima al Duomo di Milano e che il governatore ha voluto insediare a Palazzo Lombardia. In collaborazione con la Fabbrica del Duomo, l’arciprete monsignore Gianantonio Borgonovo e i fantastici artigiani napoletani che hanno realizzato la grande statua che campeggia accanto al presente vivente di Argenio e dei presepi (un po’ ovunque) in Regione Lombardia. Così, tanto per far rosicare i laicisti di certi nostri cari giornali.

D’altra parte, siamo nell’ultimo bastione del buon governo, la sanità regge il maglio di Renzi, la lotta alla disoccupazione è un affare di una rete seria di enti pubblici e privati impegnati nella formazione e avviamento al lavoro, la scuola lombarda è libera, cioè l’unica in Italia che rispetta la legge dello Stato in materia di parità scolastica e, dunque, finanziata (naturalmente solo in parte, vigendo il regime dispotico dell’illegalità legalizzata). Volete che prima o poi anche la politica non si potesse accorgere della benevolenza che ci viene dal Cielo, nonostante tutti i nostri guai?

Come ho spesso ricordato a certi colleghi che con la borghesia di Franza o Spagna si augurano ancora, dopo la spallata a Formigoni e la risposta continuista di Maroni, di chiudere manu giudiziari la più eccellente delle anomalie politiche italiane, qui il progresso non ci è stato regalato dal signorino Camillo Benso conte di Cavour. Né, tantomeno, dal ministero di Antonio Di Pietro da Montenero di Bisaccia. Il progresso civile, qui, è retaggio cristiano. E per quanto secolarizzata oggi sia, la Lombardia è impensabile senza quella stella che brillò e brilla sotto traccia, meticciata con l’illuminismo dei Verri e Beccaria, coi Turati, le Kuliscioff e i cardinali da Borromeo a Scola, del laico e politico Ambrogio, governatore e vescovo di Milano, eletto a furor di popolo quando non era neanche battezzato. Dunque, possono fucilare tutti i ciellini. Ma prima di far fuori la traccia educativa di quel che viene da Ambrogio, passando dai Borromeo ai Giussani, dovranno passare i cadaveri di molte generazioni. (Per dire, neppure la chiesa di Roma ha potuto impedire il permanere a Milano di una forma liturgica particolare, quella appunto di “rito ambrosiano”, che non ha eguali al mondo. Figuriamoci i “bravi” dei nostri giorni).

Penso a queste cose mentre dalla Madonnina transito all’appuntamento di oggi, giovedì 17 dicembre. Lo sguardo e la speranza. La vita è bella, non solo nei film, libro edito da San Paolo che stiamo per presentare (ore 18) al 39esimo piano di Regione Lombardia. Nello stesso palazzo di politica e di governo dove ieri è stato reso onore a Maria, sentita definire da autorità laiche, «protettrice di Milano e della Lombardia». Bene, cosa c’entra con l’attività di politico e amministratore questa biografia, quella di Mario Melazzini, assessore alle attività produttive in Regione Lombardia e già assessore alla sanità? Il nesso, in breve, è nella storia seguente.

È un giovedì, il 17 febbraio 2002. Il quarantenne Mario è già un Supermario. A quarantaquattro anni è primario ospedaliero e ha una vita piena di soddisfazioni. Una bella famiglia, un bel gruzzolo in banca, belle prospettive. Mario-Supermario è un “vincente” . Macina conquiste professionali ma non è un arrampicatore sociale. È solo un bravo medico. Sacrifica un po’ la sua vita famigliare, ma i sacrifici servono anche ad accrescere il benessere della famiglia, a crescere e a dare un buon futuro ai suoi tre figli. Professione, patrimonio, carriera. Tutto va a gonfie vele. Naturalmente Mario-Supermario è anche uno sportivo. Grande appassionato di arrampicate in montagna (possiede una bella casetta nell’amata Valtellina) e, soprattutto, la bicicletta: «Trenta, quaranta chilometri al giorno in bicicletta, tra una visita e una riunione con i colleghi».

C’è un problema, quel giovedì, il 17 febbraio 2002. Il piede sinistro non riesce ad agganciare il fermo pedale. Pochi mesi e Mario-Supermario si ritrova in “carrozza”, come la chiama lui, la “carrozzina” delle persone che non camminano più e sono in tutto dipendenti dagli altri. Lui che si sforzava di “guarire” i malati, si ritrova malato “inguaribile”, condannato a morte («uno o al massimo tre anni di vita» è la prognosi che gli fanno i colleghi dottori) diagnosticato di Sla, sclerosi laterale amiotrofica. Sic transeat gloria mundi? E invece il bello deve ancora venire.

Dopo mesi di disperazione e un appuntamento mancato al “suicidio assistito” in una clinica svizzera, la vita di Mario acquista una lucidità e una profondità mai immaginate nei quarantaquattro anni di audacia fisica e mentale mai sfiorati dal senso di un limite, dal pensiero di un criticità insita nella vita umana. Alla malattia e alla morte ci si pensa, ovviamente. Ma è tutta teoria. Finché. Finché, dalla distrazione in cui si è immersi tra lavoro e piaceri del tempo in libertà e buona salute, si incappa nel problema. Nel piede intorpidito e fermo pedale che non scatta. Nella fiacca che non si capisce da che parte arriva.

«Quando leggevo il libro di Giobbe, che non riuscivo a capire – solo dopo ho compreso la bellezza e l’essenza dell’esistere – mi ero segnato una frase. Giobbe dice: “Ti ho conosciuto per sentito dire ma ora Ti ho visto”. È ciò che mi è capitato: ho imparato a conoscere quel Mistero e a toccarlo. Tutto ciò che faccio, che riesco a fare, deriva da questo grande dono, la malattia, che diventa valore aggiunto nella mia quotidianità». E poi parla di incontri, Mario. Donne, figli, amici, colleghi. Descrive un’avventura che comincia nel non rassegnarsi alla malattia. Nello studio che lo porterà a sperimentare nuove terapie contro la Sla (un protocollo approvato dall’Istituto Superiore della Sanità su un ristretto gruppo di pazienti). E nell’impegno diretto in politica, portando nelle istituzioni i bisogni delle persone disabili. Invece che morire nei tempi previsti dalla diagnosi di una Sla («uno, tre anni al massimo»), Melazzini, è ancora qui, spinto in carrozzella dalle persone care. O sospinto a motore, quando ha scoperto che esiste una “quattro-per-quattro” australiana che gli consente di percorrere marciapiedi innevati e sentieri di montagne. Mario ha “un parco carrozze”, ognuna con versatilità e meccanica personalizzata. E un’infinità di amici che la vita precedente non immaginava neppure lontanamente di poter avere.

In questa sua “nuova” vita, Mario, il Mario in carrozzina, crea associazioni di popolo. E quando Eluana viene fatta morire con i più buoni sentimenti; quando Welby si fa togliere la vita; quando l’embrione diventa una “cosa” e l’impegno per la vita la “lista pazza” di Giuliano Ferrara si getta a capofitto nella battaglia controcorrente e si danna l’anima in giro per l’Italia per raccontare la sua storia e le ragioni non teoriche del suo “sì alla vita”. Da direttore della Programmazione sanitaria in Regione Lombardia (e poi assessore alla salute) elabora un piano decennale a favore dei disabili. E ottiene che l’istituzione regionale si faccia carico anche economicamente di strutture di cura e assistenza dei malati inguaribili o a fine vita. Non pago del lavoro svolto, istituzionalizza forme di mutuo soccorso tra le famiglie di malati Sla e implementa l’assistenza sanitaria domiciliare. Infine, racconta anche molto altro di quello che ha vissuto da che, dice lui, «grazie alla malattia, ho toccato il Mistero». La sua biografia è tutta da leggere. Con l’occhio ai fatti e il naso all’insù. Tutto c’entra con la Madonnina. O se volete, come si diceva una volta, “tutto è politica”. Aristotele, “Ta Politika”. Le cose che c’entrano con la vita degli uomini, c’entrano con il fare la città degli uomini. Tant’è, Melazzini è «un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità», eppure fa più politica (e buona) lui, che i tanti esuberanti e muscolari politici da talk show. Ha la badante, Mario, ma confessa: «Grazie alla malattia, vivo ogni giorno, come uomo, come medico e come malato, con gioia e umiltà l’infinita bellezza dell’esistere».


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