Ma se Berlusconi era spacciato, perché continua a risalire nei sondaggi?

I competitor devono ripetere ad ogni piè sospinto frasi logore su giustizia, eguaglianza, onestà, pulizia eccetera. E incerare di ritornelli orecchiabili i pavimenti dei giornali. Lui, invece, deve solo apparire l’italiano medio

«Monti è una stampella, gli altri sono partitini. Se non votate noi, votate Bersani». Pare che Silvio Berlusconi stia attraendo a sé gli indecisi (lo dicono i sondaggi). E li attrarrebbe, Berlusconi, soprattutto in ragione di una musichetta di fondo che la sua macchina elettorale sta pompando nelle orecchie degli elettori: «Dai un voto utile». A partitini e stampella, tocca a loro di provare a suonare il piffero. Affare complicato in bipolarismo ad porcellum. L’elettore avveduto sa che con la valanga Pd alla Camera, per arginare Pier Luigi Bersani occorre una cosa sola: una maggioranza alternativa in Senato. Impresa non impossibile. Certo. A patto che in Lombardia, Veneto e Sicilia il centrodestra vinca. Di mezzo c’è Mario Monti (e poi le incognite Beppe Grillo e Antonio Ingroia).
Ma se le armate berlusconiane si attestano sulla linea del Piave e riescono a impedire a Bersani lo sfondamento in Laticlavio, chiaro che anche per il Professore diventa un problema stampellare la sinistra. Dovrebbe prendersi Nichi Vendola (e magari pure Ingroia). E mollare i fratelli-coltelli berlusconiani (ma pur sempre popolari europei).
Quanto può durare un governo Bersani-Vendola-Monti se uno dice che per l’Italia giusta non importa quale sia il genere di famiglia che uno vuole fare, l’altro dice che comunque bisognerà cambiare l’idea retrograda di famiglia uomo-donna, l’altro ancora che la famiglia costituita da un uomo e una donna non si tocca? Per non parlare poi del ménage à trois da condividere, come agenda economica e tagli alla spesa pubblica, con Cgil e Fiom, procure, Confidustria. E l’Europa di Frau Angela. Che nonostante la vittoria dell’Spd in Bassa Sassonia per un solo seggio, alla fine del 2013 è molto probabile sia ancora più irresistibilmente Europa germanizzata.

Così, il centrodestra ha cominciato a risalire. E a rivedere qualche stellina. Mannheimer dice a tempi.it che gli indecisi aiutano il Cavaliere. Ma se il livello di saturazione a sinistra si spiega (Bersani ha già fatto il pieno tra i suoi potenziali elettori), è strano che riparta il treno di Berlusconi piuttosto che quello di Monti. Exploit televisivi e il «dai un voto utile» a parte, cosa sta rianimando un leader dato per politicamente spacciato, morto e seppellito non più di un mese fa? Il Professore ha definito “matti” gli elettori di Berlusconi. Però, non fa un po’ il matto anche lui quando assicura che l’Imu (introdotta dal suo governo) e le tasse (cresciute sotto il suo governo) «non vanno bene»? Matto per matto – potrebbe essere portato a pensare l’astensionista di rientro o il deluso berlusconiano in uscita verso Monti – piuttosto si vota l’originale.
Di fatto, come dicono i punti presi dopo l’exploit da Santoro, Berlusconi risale anche sull’onda della sua prestanza fisica, teatrale, che veste di politica il “piffero”. Appunto. In realtà, più che pifferi, sembra che il “genio del male” (Travaglio dixit) porti con sé un vecchio arco e ancora qualche buona freccia del ’94. Così, se i suoi competitor devono rappresentarsi con una immagine edulcorata e decorosa davanti agli elettori italiani e ai potenti stranieri, Berlusconi non ha problemi a ripetere (con una certa ragione) che in Italia comandano solo i magistrati, che la Merkel non è l’Europa e che non si capisce perché gli italiani debbano continuare a prendere ordini da entrambi. I competitor devono ripetere ad ogni piè sospinto frasi logore su giustizia, eguaglianza, onestà, pulizia eccetera. E incerare di ritornelli orecchiabili i pavimenti dei giornali. Lui, invece, deve solo apparire l’italiano medio che ha pagato l’Imu. L’imprenditore che resiste assediato da Irap e cartelle esattoriali. Il cittadino mediamente sensato o l’operaio Ilva che non ci credono più tanto che sia solo propaganda. Sì, addesso può essere che «si sono accaniti contro di me ma guardate cosa hanno fatto all’Italia i magistrati politicizzati!».

A dirla tutta, la delusione non passa nelle teste fini. Berlusconi sembra che piaccia ormai solo alla “pancia”. Ai giovani “disinformati”. E a quel formicaio di vitalismo (“familismo immorale”) che resiste al piallamento giustizialista. C’è un altro fantasma però che si aggira per un Paese che fino a un mese fa sembrava completamente deberlusconizzato. Il fantasma della noia per gli allarmi giudiziari e per la propaganda anti Casta. Chiaro che nell’orizzonte europeo percepibile, Berlusconi era e rimane un pagliaccio in via di rottamazione. O “il tipico guitto italiano” che non paga le tasse, ed è stato sconfitto al fronte. Dalla Merkel e dal resto teutonico di un’Europa dai compitini fiscali da primi della classe. Purtroppo per l’orizzonte europeo, anche l’italiano che guitto non è adesso comincia a sospettare che Merkel e codazzo non sono Berlusconi. Sono potere vero.

Berlusconi è solo un personaggio che ha avuto qualche chance in Russia, ha trovato momenti di gloria con Bush Jr, ma non è stato capace di cambiare l’Italia nonostante l’enormità dei consensi ricevuti solo ieri, anno 2008? Comunque sia andata, ora ce lo ritroviamo all’ultima battaglia. Disperata. Ma che però viene buona agli italiani che temono di finire nella tenaglia Bersani-Monti. O sotto un monocolore a patrimoniali spinte, procure scatenate contro gli oppositori, agende etiche zapateriane. E così Berlusconi ripunta tutto contro «le sinistre». Punta contro «il professore stampella». Punta contro «l’Europa della Merkel». Contro «la nostra architettura costituzionale e istituzionale da Guerra Fredda». Mentre lui, che non è stato, né può né potrà mai essere, se non «un liberale», adesso vuole «solo riforme». “La società giusta”? Per Berlusconi quella società è solo sinonimo di “comunista”. Perciò lui vuole se stesso come cura dell’eterna malattia. Vuole lui, «un uomo buono e giusto».

Narciso ciclopico? Presunzione infinita? Fin dall’inizio della campagna elettorale Pier Luigi Bersani aveva capito tutto. «L’avversario è Berlusconi. E nessun altro». Lui ha gradito e ricambiato il guanto di sfida («l’avversario è Bersani. L’altro è una comparsa»). Col risultato di prendere nella morsa dei big l’incomodo montiano. Oggi nel Pdl dicono che «il capo è più in palla che mai». Il che è verosimile se lui se ne è infischiato della rispettabilità montiana e ha fatto stilare le liste da un presunto impresentabile che ha deciso il destino di altri presunti o autentici impresentabili. Ma quale smentita può rappresentare la sua risalita nei sondaggi, anche a gli occhi dei tanti – come noi, nella buona compagnia degli Alfano e dei Maroni – che l’avevano giudicato al capolinea e chiesto un atto di discontinuità politica? Come si spiega insomma la durata del fenomeno Berlusconi? «Magari solo con le forze di realtà», ci spiega un amico psicoanalista. «Pur dal suo crinale superegotico, Berlusconi sembra evocare realtà». Mentre, sempre a detta dello psico, la società italiana soffrirebbe di paradigmi di distorsione della realtà. Di un’egemonia – il tutto giudiziario, economico, progressista, zapateriano – dell’astrazione sulla realtà. Soffrirebbe dei mali di una élite che somiglierebbe a una paziente psicotica che un giorno piomba nello studio del nostro analista e gli dice, «guardi che sono venuta solo per rispettare l’appuntamento, ma la seduta non la posso fare perché sono morta quattro o cinque giorni fa».