Ma dove sono le femministe di una volta? Quelle come Adriana Seroni?

Chi sino a ieri ha preteso l’inviolabilità della legge 194, oggi chiede di modificarla a suo uso e consumo. Siamo tornati a discutere dell’aborto come “diritto” positivo. Una discussione che negli anni Settanta aveva visto contrapporsi femministe (comuniste e anche cattoliche) e i radicali.
Adriana Seroni (parlamentare del Pci) era instancabile nell’ammonire che il ricorso all’aborto non poteva essere letto come un’affermazione di libertà per la donna, ma al contrario come il prezzo pesante che le donne erano chiamate a pagare a causa della deresponsabilizzazione del partner e dell’insufficiente tutela offerta alla maternità dalle nostre istituzioni. Nel 1976 sul n° 39 di Rinascita scriveva testualmente: «La legge (194) in sé non basta a risolvere i problemi enormi posti dall’aborto. D’altro canto, se non è chiaro che c’è un dopo, che c’è un oltre la legge sull’aborto; se sfugge progressivamente ogni rapporto con il sociale perché lì può sempre annidarsi una limitazione della libertà della donna, dove si arriva a finire? No alle strutture sanitarie perché inadeguate ed insufficienti; no ai medici perché autoritari; no alle istituzioni perché repressive, no ad ogni limite temporale indicato all’aborto perché riduttivo della libertà. Così facendo si innesca un processo di idee il cui sfocio non può essere che il self help, l’aborto autogestito, praticabile fino a 22 settimane, realizzabile senza alcuna effettiva garanzia sul terreno sanitario».
Seroni non poteva sapere che quel self help oggi ha un nome, Ru486, e che a fronteggiare contro l’aborto domestico non c’è più alcun compagno. In nome della “libertà” i progressisti non hanno più nulla da dire. Hanno vinto i radicali. Luisa Muraro (filosofa della differenza sessuale) ha ricordato che «è un errore confondere la battaglia impostata dai radicali (fra i quali spiccava Emma Bonino) per il diritto d’aborto, con il movimento femminista, che non aveva questa impostazione individualistica e liberistica». Peccato che di quel movimento non ne è rimasta traccia.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •