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L’Unione Europea è morta. Per salvarla, trasformiamola nella Svizzera

aprile 2, 2017 Francesca Parodi

Nel suo ultimo libro, Carlo Lottieri spiega i vantaggi del federalismo elvetico. «Gli Stati nazionali sono falliti, meglio una sana competizione tra tanti Comuni». Intervista

svizzera-ansa

Le continue tensioni interne all’Europa, culminate nella Brexit, spingono a riflettere sul funzionamento delle istituzione europee e a chiedersi se non sia arrivato il momento di ripensare una nuova forma di Unione. Carlo Lottieri, professore di Filosofia politica e tra i promotori dell’Istituto Bruno Leoni, ha una soluzione da proporre: prendere a modello il federalismo della Svizzera, consegnare la sovranità a regioni e comuni ed eliminare così gli Stati nazionali. Il suo libro, Un’idea elvetica di libertà, spiega in maniera sistematica i vantaggi di questo modello. L’evidenza da cui partire è il fallimento dell’Unione Europa: «Il progetto di un’unione si è sgretolato e ora rimangono le macerie», spiega a tempi.it «Abbiamo bisogno di un esempio cui ispirarci, che risponda all’urgente bisogno di integrazione di culture ed economie, ma che al tempo stesso non implichi la creazione di un unico super Stato, imposto dall’alto».

In passato, argomenta Lottieri, l’Europa è riuscita a fiorire perché ha evitato l’accentramento di potere e l’unificazione politica. Col passare del tempo, invece, ha tradito la sua originaria natura e, nell’illusione di una maggiore coesione, ha creato i presupposti per la propria autodistruzione: la diminuzione della libertà individuale degli Stati in nome del bene comune, la limitazione dei poteri decisionali locali, il rischio dell’imporsi autoritario della nazione più forte. «Dentro l’Europa convivono un’ampia varietà di culture, lingue, religioni e storie diverse, ciascuna con i propri problemi interni, ed è davvero irragionevole immaginarsi di poter creare un’Europa sociale con le stesse leggi e direttive uguali per tutti». Lottieri si mostra scettico anche sull’adozione della moneta unica: «Si è venuto a creare un club in cui alcuni paesi ne hanno tratto benefici, mentre altri hanno avuto difficoltà a rispettare le regole, col rischio di essere commissariati. Imporre a tutti un modello predefinito senza considerare la diversità e le problematiche di ciascun membro è controproducente». E questo ragionamento vale per tutti gli ambiti: dalle leggi sull’occupazione, alle decisioni fiscali, alla gestione dell’immigrazione.

«La Svizzera invece (in particolare, quella risalente ai cinque secoli precedenti la Rivoluzione francese), grazie a federalismo, democrazia diretta e neutralità, è rimasta molto più fedele alla tradizione europea di quanto lo siano i promotori dell’integrazione politica». Proprio per questo, sostiene Lottieri, dovremmo guardare al modello elvetico per salvare l’Europa dal collasso. «È necessario riscoprire l’autogoverno locale per evitare soprattutto due rischi: l’imposizione di una politica comune e il ritorno al sovranismo. La Svizzera è composta da culture, anche linguistiche e religiose, molto diverse, e per tutelarle ha scelto di non formare uno Stato nazionale, ma di garantire una fortissima autonomia locale. Così, per esempio, il Canton Ticino risulta essere un piccolo Stato, che si governa da sé con le proprie leggi e la propria Costituzione. Persino la giustizia non è di competenza federale, ma dei singoli Cantoni».

Questo modello responsabilizza tutti, a partire dalle decisioni fiscali: «Si instaura una sana e produttiva competizione tra comuni, perché se per esempio si tassa in maniera eccessiva, la gente si sposta cambiando comune o Cantone». Un altro esempio di efficienza svizzera è la democrazia diretta: i cittadini sono chiamati a esprimersi con il voto su tutti e tre i livelli (comunale, cantonale e federale) e i vari ministri, di posizioni anche molto distanti, devono negoziare costantemente tra loro. «Questo porta a una capacità di dialogo e di moderazione davvero formidabile, che consente di evitare il consociativismo».

Secondo Lottieri dunque, bisognerebbe ripensare a un’Europa di città e di regioni, piuttosto che di Stati e sovra Stati. «Gli Stati nazionali costituiscono un progetto anti europeo. Il punto di forza dell’Europa è stato il fatto di condividere un comune substrato culturale derivante dalla filosofia greca e dal cristianesimo, ma di evitare i processi di unificazione. In tanti hanno provato a costruire un’unica forza politica, a cominciare da Carlo Magno, ma nessuno ci è mai riuscito prima. Gli Stati nazionali però, benché in piccolo, hanno favorito proprio questo accentramento del potere che andava evitato. In Europa sta succedendo esattamente quello che è successo in Italia: un tempo il nostro paese era rigoglioso e produttivo perché ciascuno Stato in cui lo Stivale era diviso era forte della propria autonomia; poi abbiamo perso le nostre specificità e, con esse, la nostra forza». La fine degli Stati nazionali sarebbe quindi, dice Lottieri, il ritorno all’Europa. Ma questo progetto di “elvetizzazione” è oggi concretamente realizzabile? «Fino a un anno fa, sarei stato molto cauto nel mio ottimismo. Ma dopo l’elezione di Trump e la Brexit, direi che ormai tutto è possibile».

Foto Ansa

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