Luca, 20enne che ha perso le gambe in Afghanistan: «Rivivrei tutto»

Il soldato Luca Barisonzi, che ha perso le gambe nella sparatoria in cui Luca Sanna è stato ucciso, in Afghanistan, ha fatto uscire il libro “La patria chiamò”. Scrive: «Se qualcuno mi dicesse: “Togliendo Luca Sanna, rivivresti tutto? Consapevole che dopo cinque mesi di missione finiresti su una carrozzella?”. Probabilmente risponderei sì»

«Non odio chi mi ha sparato». Parola di soldato. L’italiano Luca Barisonzi, che il 18 gennaio scorso, all’età di 20 anni, ha perso l’uso delle gambe in Afghanistan. Con lui c’era anche l’amico Luca Sanna, 32 anni, che nella sparatoria è stato ucciso. Già allora, in tanti rimasero impressionati dalle prime reazioni del giovanissimo Luca che, «abituato ad essere pronto a tutto», sapeva che «qualcosa può andare come non avevi previsto. L’esercito ti prepara a questo». A raccontarlo è un libro, La patria chiamò (Mursia editore, 128 pp., 12 euro), scritto dal giovane che, con l’aiuto dell’amica Paola Chiesa, docente di Storia, descrive la vita al fronte.

È disarmante la posizione del ventenne, che scrive: «Se qualcuno mi dicesse: “Togliendo Luca Sanna, rivivresti tutto? Consapevole che dopo cinque mesi di missione finiresti su una carrozzella?”. Probabilmente risponderei sì. La missione mi ha insegnato tanto e mi ha fatto crescere tanto. Se si potesse escludere la morte di Luca e mi venisse chiesto di rifare questa esperienza la rifarei. La rifarei. L’Afghanistan non mi ha indurito. Mi ha migliorato. Ho avuto momenti molto duri, di sconforto. Momenti in cui sono stato davvero molto male, ma ora questa per me è la normalità». Rassegnazione? «Dopo quello che è successo ho avuto paura di rimanere solo con i miei problemi e le mie battaglie da combattere», ma «non sono mai stato lasciato neanche un momento. I mesi passano ma la vicinanza delle persone, anche sconosciute, rimane fortissima». Perciò, «credo che il tempo della sofferenza sia passato. Ora è iniziato il lavoro per ciò che sarà».

Che sia convinto di quanto appena riportato lo si capisce bene perché, oltre a non aver mai provato rancore verso chi gli ha sparato, Luca scrive: «Se un ragazzo mi dicesse: “Mi voglio arruolare”. Io risponderei solo di seguire il suo cuore. Proprio come l’ho seguito io. Ognuno ha la sua strada da percorrere». Luca si dice poi sicuro che sia ancora «doverosa la nostra presenza in quei territori. Noi cerchiamo di portare la pace là dove regna incontrastata la guerra. Rivivere quando consegnavo gli aiuti umanitari ai civili afghani mi fa capire che il nostro è un duro mestiere, ma che va fatto. Nel migliore dei modi».