Lubrificanti industriali e Nostro Signore. Abbonatevi a Tempi

Non bisogna mai dividere le cose perché le cose non sono divise. C’è sempre bisogno di qualcuno che le indichi e ce le faccia gustare. Noi ci proviamo

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The Big Kahuna

Articolo tratto dal numero di Tempi di dicembre (attenzione, di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati: abbonati subito!)

Wichita, Kansas. Stanza d’hotel anonima, poltrone in simil pelle marrone insignificante, carta verdastra alle pareti, abat-jour che diffondono un’indifferente e vagamente tabaccata luce giallognola. Larry, Phil e Bob sono tre rivenditori di lubrificanti industriali all’ultima spiaggia. L’azienda sta tirando le cuoia, loro sono mezzi sul lastrico: o riescono a piazzare una partita di prodotti al facoltoso businessman presente in albergo o la loro carriera e il loro salario andrà a farsi benedire.

Non accade null’altro che questo. I nostri tre dovranno individuare The Big Kahuna (è il titolo del film di John Swanbeck, 1999) e rifilargli la merce, cercando di identificarlo fra le decine di uomini d’affari che girano in giacca, cravatta e cartellino tra le stanze impersonali dell’hotel. Larry (un maestoso Kevin Spacey) è lo sciupafemmine cinico e baro dalla battuta sempre pronta, smaliziato uomo di mondo che ne ha viste tante. Phil (Danny DeVito) è il saggio ormai disilluso, buono ma scettico, che non s’aspetta più nulla dal sorgere del sole. Si fa sera e si fa mattina; nient’altro, questa è la vita. Bob è il giovane inesperto, cristiano bigotto come solo gli americani sanno esserlo, che non beve, non fuma, arrossisce ai pensieri impuri. Sarà proprio lui a creare il contatto col pesce grosso, Dick Fuller, e a dover instaurare la trattativa per la vendita. Solo che, di ritorno dall’appuntamento, dirà ai suoi compagni che la discussione con Fuller ha preso una piega strana e i due hanno conversato tutta notte non di affari, lubrificanti industriali e quattrini, ma «di nostro Signore Gesù Cristo». Preso dal suo fervore religioso, Bob ha tralasciato di parlargli della commessa e ha intavolato con quell’uomo misterioso una discussione sui massimi sistemi. Si giustifica Bob: c’è forse qualcosa di più interessante di cui dibattere?

Il film di Swanbeck prende poi la sua strada, si perde in rivoli verbosi e in un certo autocompiacimento estetico. Lasciamo perdere e rimaniamo sul punto: Gesù Cristo o lubrificanti industriali? La domanda è interessante, ma è sbagliata. Non è un aut aut, è un et et.

Oggi, la maggior parte della stampa cattolica parla solo di Gesù Cristo, tenendo ben lontani i lubrificanti industriali (la politica, la bioetica, il rapporto con l’islam, per dire) per paura di sporcarsi l’anima. Sopire e smussare gli angoli su ciò che divide; richiami pii e concilianti per blandire un gregge sonnacchioso in uscita libera. Al contrario, la maggior parte della stampa laica si lorda le mani nelle faccende del mondo, ripassa il coltello sulle cicatrici, racconta il potere, s’immischia, fa le sue battaglie. Parla di tutto, ma s’astiene sempre con premurosa cura dal porsi una domanda sull’uomo, su chi, sul perché diavolo siamo capitati «sul terzo pianeta del sistema solare» (Wislawa Szymborska).

Tempi è il tentativo di tenere insieme le cose (bisogna sempre cercare di tenere insieme le cose): lubrificanti e Gesù Cristo, cioè realtà e ideale, olio che sporca le dita e il senso di questa galassia. Diremo meglio: questo giornale cerca, ogni volta che parla di politica, di affari, di economia o di giustizia di far passare un soffio d’aria fresca nel cemento armato delle analisi, delle cose giuste da dire e scrivere, perché non tutto sia risolto lì e perché almeno un sospiro apra una prospettiva meno effimera della stanza chiusa dei nostri pensieri. Così come quando s’arrabatta in temi esistenziali cerca di far sentire l’odore acre degli olii di scarto, il puzzo della carne, la terra che s’infila sotto le unghie.

Non bisogna mai dividere le cose perché le cose non sono divise, ma vanno di pari passo e c’è sempre bisogno di qualcuno che le indichi e ce le faccia gustare. Per come siamo capaci, ci proviamo. Il più delle volte, non siamo all’altezza del compito. E quindi cerchiamo qualcuno più bravo di noi che viva quel momento di lucidità che non scinde segno e mistero, «nostro Signore Gesù Cristo» e il lubrificante, il reale e l’ideale (come splendidamente illustrato dalla storia di Moussa Diabate pubblicata nel numero di dicembre).

Voi, se volete, dateci una mano. È trascorso un anno e l’abbiamo sfangata, adesso inizia la salita. Poiché non ci piacciono i viaggi in solitaria ma sempre in compagnia, state con noi. Abbonatevi e fate abbonare.

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