Lo strano caso di un deputato (io) condannato per aver fatto il bravo

Fini non ha voluto che la Camera protestasse per il mio trattamento. Il radicale Mellini mi ha scritto: «È miserevole l’acquiescenza di fronte ad esorbitanze tanto pericolose»

Non ho nessuna voglia di piagnucolare per il torto subìto, anche se brucia, ma la vicenda giudiziaria di cui sono stato e ancora sono protagonista è istruttiva per tutti. La magistratura, non tutta per carità, di certo la sua squadra d’avanguardia, fa politica come i politici, ma con le manette in più. Come i lettori di Tempi sanno, l’11 luglio sono stato condannato dal gup di Milano a due anni e otto mesi di reclusione, senza condizionale, per “falso in atto pubblico”, avendo sottoscritto come pubblico ufficiale una dichiarazione che la dottoressa Ilda Boccassini ha considerato menzognera. In essa, compilando un foglio prestampato, affermavo che il mio accompagnatore era in regola per entrare con me nel carcere di Opera. Si notino le date: visita a Opera 17 febbraio 2012, condanna 11 luglio. Meno di cinque mesi. Indagini, valutazione del gip, rinvio a giudizio, processo, sentenza.

Sono così stati stabiliti alcuni record. Velocità del processo. Entità della condanna. Novità del tipo di reato. Mai in passato, nei 37 anni da cui vige la legge sull’Ordinamento penitenziario, si era registrata la condanna di un parlamentare. C’è sempre una prima volta, si obietterà. Ma perché proprio io? Il pm Sangermano mi ha rimproverato più o meno così: «Si vergogni, lei è come quelli che parcheggiano in seconda fila e si lamenta col vigile perché dà la multa solo a loro». A parte che paragonare la visita a degli uomini in cella alla maleducazione stradale è orribile, ma domando ancora: perché il vigile vede solo me? C’entra il fatto di essere del Pdl? Di avere avuto contenziosi giudiziari e di stampa con la pm Boccassini? Questo lo escludo. Se la dottoressa avesse avuto del rancore verso di me, la sua finezza deontologica le avrebbe certo impedito di colpire un nemico personale. E allora? C’entra la visita al “mostro” Lele Mora?

Boh, in realtà facevo banalmente il mio dovere, che ha un chiaro riferimento nella Costituzione, dove è scritto che le pene devono dar prova del «senso di umanità» e «tendere alla rieducazione». E questo è possibile se si impedisce l’isolamento del mondo dei “ristretti”. È mia responsabilità eseguire questo mandato in carcere che è «una proiezione esterna della funzione parlamentare». La quale consiste anche nel far entrare la gente comune dentro il reame ritenuto (e questa sentenza lo conferma) dominio esclusivo delle toghe. Ci sarà l’appello, mi dicono. Avrei la tentazione di rinunciare, e fare come Guareschi, rendendo esecutiva la sentenza col lasciarmi tradurre in carcere. Ma non credo, sarebbe superbia. A me poi mi dimenticano subito.

Due note anzi tre. 1) Il Corriere della Sera e le agenzie varie hanno usato un verbuccio gentile e subliminale per descrivere i fatti. Io avrei «spacciato» per collaboratore «un amico di Lele Mora». Chiaro il messaggio, non è vero? 2) Repubblica e il Fatto non hanno dedicato una riga alla condanna. Mi sa che neanche loro sarebbero riusciti a parlar bene della procura e del gup di Milano… Quanti loro giornalisti sono entrati in carcere “spacciandosi” per collaboratori di deputati? 3) Il presidente Fini, a cui voglio bene, non ha voluto che la Camera impedisse o almeno protestasse per questo trattamento. La Costituzione – pare, forse – non vale solo per Napolitano… Mauro Mellini, vecchio deputato radicale, mi ha scritto: «Oggi è miserevole l’acquiescenza di fronte ad esorbitanze tanto gravi e pericolose». Mi piace questo stile antico.