Lo spettacolo di una piazza centrata nella sequela al «dolce Cristo in terra»

Contro la bellezza non c’è pregiudizio che tenga. Anzi. La bellezza costringe a riflettere. Ottantamila ciellini da papa Francesco

Pope meets members of 'Communion and Liberation'Sfidiamo chiunque a trovare in giro una piazza come quella vista a San Pietro sabato 7 marzo. In ottantamila a recitare le lodi come nei conventi di clausura, in tono retto. In ottantamila, senza una voce che andasse per proprio conto, nella preghiera, così come nel canto, in una sinfonia e attenzione rivolte al “centro”, al protagonista dell’incontro, il Papa, «il dolce Cristo in terra» secondo l’espressione di santa Caterina da Siena. Sfida impossibile. Dunque, tanto più indicativa di una realtà che giustamente fa inorridire i benpensanti, Comunione e Liberazione.

Ma se «la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6,45), contra factum non valet illatio. Contro la bellezza non c’è pregiudizio che tenga. Anzi. La bellezza costringe a riflettere. Per esempio, su quanta “educazione” occorra per imparare la tensione a fare, pensando a quel che si fa e in rapporto alla ragione ultima per cui si fa.

«Tu sol – pensando – o ideal, sei vero». Il verso del Carducci ha messo la tenda in mezzo ai ciellini. E i ciellini, che sono poi gente comune che all’ideale è stata ridestata da ogni angolo di strada, sono diventati spettacolo al mondo. Niente incenso. Non c’è nulla da autocelebrare. Lo spettacolo è un Altro. «Poiché – direbbe Paolo – siamo diventati spettacolo al mondo… Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati… siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti fino a oggi» (1Cor 4,9-10).

D’altra parte, in piazza San Pietro abbiamo incontrato un tale che da grossista di carni fece risparmiare un miliardo di vecchie lire al Vaticano. Un altro al servizio dei malati terminali e un altro ancora dei bambini senza famiglia. E via via, studenti, maestri, operai, imprenditori, avvocati… che un “incontro” non sospinge a seguire l’idolo del momento. Ma a ritornare di nuovo al Caravaggio di Santa Maria del Popolo. Al quadro dove a partire dalla pianta dei piedi e dalla dura fatica del manovale che in primo piano tira su la croce, il pittore ritrae Pietro inchiodato a testa in giù.

In questo senso, il Papa ha esaltato «il bene che quest’uomo (don Giussani, ndr) ha fatto a me e alla mia vita sacerdotale, il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo». Poi, come già fece con i confratelli gesuiti nell’intervista al direttore della Civiltà cattolica, Francesco ha esortato anche Cl a «decentrarsi»; aggiungendo per Cl il richiamo a evitare ogni «autoreferenzialità». Come padre, egli avverte la tentazione dei figli di ripiegarsi su se stessi. E come amico che non gradisce troppi salamelecchi, dà un’occhiata all’orologio non appena è libero dalla lunga teoria di personalità che gli rendono omaggio. Infine, come abbiamo sentito dalla viva voce evidentemente non autoreferenziale di un sacerdote della basilica di Sant’Agostino durante l’omelia domenicale, «mai si vede così tanta gente nelle chiese di Roma, non da turisti, ma da credenti in Cristo. Perciò grazie e tornate a trovarci, cari ciellini».

Foto Ansa