L’irruzione della vita in questa grigia epidemia contemporanea

L’emergenza del coronavirus è uno spartiacque. Speriamo che il cambiamento che ci attende non abbia il carattere cinico a cui ci siamo abituati (i carrelli della spesa stracolmi sono una felice sorpresa)

Spesa al supermercato con la mascherina contro il coronavirus

Caro direttore, siamo all’indomani delle misure governative che mettono l’intera Italia in zona rossa. Mi sono svegliato angosciato, perché sembrerebbe il preludio classico per un golpe, tuttavia lo spessore della classe politica che governa temporaneamente il Belpaese è tale da fugare in ampia misura queste inquietudini complottiste, il che, almeno per certi versi, è un pensiero consolante.

Non ho potuto però fare a meno di sentirmi felicemente (e orgogliosamente) sorpreso dai miei connazionali: una delle reazioni principali è stata quella di assaltare i supermercati per gli approvvigionamenti di rigore, per salvare la parmigiana stasera, i gnocchi al pesto domani a pranzo, una cacio e pepe serale per star leggeri e via discorrendo. E l’ho trovato meraviglioso! È l’irruzione della vita, nella sua dimensione quotidiana, mangereccia, che nel nostro Paese è quasi lirica, a fronte del timore del contagio, dell’indefinito e del sospeso, degli eventuali morsi della morte.

Forse a taluni rigoristi questo dispiacerà, mentre purtroppo verrà sbandierato da alcuni sostenitori – insopportabili, per quanto mi riguarda – di un’“italianità” impoverita, ridotta a “pizza e mandolino”. Resta il fatto che permane in tutti noi la traccia di una dimensione esistenziale boccaccesca, godereccia, poeticamente concreta, radicata in una comprensione estetica prima ancora che etica, ove ogni cosa è anzitutto “che bello”, “carinooo”, “che brutto!”.

Credo che sia questa irruzione dell’indisciplinato della vita, tutto sommato mai negato, ad aver reso grandi noi italiani e a rendere imprevedibili e possibili le nostre riprese, persino qualora insperate. Ed è questa la radice primaria, anche, per cercare di comprendere e tamponare i nostri difetti. È difficile, infatti, non pensare, vedendo certi carrelli della spesa stracolmi, che dove non farà il coronavirus farà il fegato! Ma tant’è!

Tutto questo innerva e accompagna un’Italia strenua e silente, dignitosa e tenace, che continua a lavorare nonostante gli ubiqui disagi e gli scenari indistinti e cupi che si affastellano, che lotta perché il Paese regga. Come pure c’è un’Italia eroica, che permette di salvare la vita: quella dei medici e degli infermieri che salvano vite umane, ma anche quella delle cassiere dei supermercati che salvano, tra code e isterie, la nostra quotidianità, con i suoi riti, le sue necessità e le sue benedette illusioni.

Sta circolando una gustosissima versione “in tempi di coronavirus” della meravigliosa Bocca di Rosa di Fabrizio De André. E qui s’impone una riflessione. Il mondo di Bocca di Rosa o delle “capinere” del noto e meraviglioso Tango (di cui suggerisco la versione dell’intramontabile Nilla Pizzi) era quello funestato dai contagi tradizionali, anche sociali e appassionati. Alcuni tra questi – confessiamocelo! – si accompagnavano anche a pregresse piacevoli soddisfazioni. Come non pensare alla sifilide, il pernicioso morbo che stroncò dall’intemperante papa Giulio II (con gli amici suoi) al mistico compositore Franz Schubert?

Il coronavirus è invece un grigio virus contemporaneo, postindustriale, che fugge la socialità, completamente anaffettivo, la cifra della nostra era. E mi chiedo come un artista contemporaneo potrebbe catturare la prospettiva di un mondo atomizzato dietro una mascherina e oltre questa, incapace di guardare altrove e, ancor più, in alto, a differenza delle barocche processioni di infetti e moribondi, con candide cotte di pizzo e lerci cenciosi, con turiboli fumiganti e nauseabondi corpi laceri, sovrabbondanti e retoriche, antigieniche certo eppur aperte forse su altri orizzonti più lontani e vasti, che noi siamo diventati incapaci o inavvezzi a scorgere.

Che il coronavirus paradossalmente inauguri, suo malgrado, in questo disastro e in questo bailamme, anche la possibilità di socialità familiari e amicali ritrovate, dalla preghiera, al piacere sessuale, a nuove nascite in un paese ormai davvero troppo vecchio?

Ma, ricordiamocelo, tutto questo coesiste con le angosce e gli affanni di chi ha aperto un’attività, sommerso di debiti, e si vede ora crudelmente e inesorabilmente sottratto tempo e futuro; di chi ha la sua piccola azienda ferma e deve stipendiare lo stesso, giustamente, i suoi dipendenti e pagare i fornitori, magari con gli anticipi delle tasse precalcolate; di chi, disperato, si suicida.

Il suicidio lento dei piccoli e medi imprenditori (e imprenditrici) è un crimine perpetrato in silenzio da anni dalla classe intellettuale e politica del nostro, pur amatissimo, paese – senza alcun “mea culpa” di sorta, senza mai pagare dazio, con minimi tangibili sostegni, con la costante arroganza di sempre – e il rischio è che il massacro molto a breve registri un’ulteriore fatale impennata, che ci renderà ancora più poveri, ancora più ottusi e fragili, e ancora meno competitivi.

E, allora, chi può, legga e studi in questi giorni di requie forzata. Per alcuni tra noi è un lavoro, un’attività esistenziale, una forma di vita, che si guadagni poco o molto, che si sia geniali rabbini, severi scienziati, silenti e sagge monache, bohemiens sregolati. Resta però, a suo modo, per certi versi, un lusso. Teniamolo presente, senza spocchia e con responsabilità. Perché il mondo di dopodomani sarà quello del dopo, e quello che stiamo attraversando oggi è uno spartiacque: con nuove politiche, nuove possibilità di lavoro “da casa”, nuovi approdi telematici; con un disastro economico di difficile quantificazione nazionale e internazionale e dagli sviluppi incogniti; di irritazione giustificata e comprensibile di tutti noi italiani verso i “soliti” francesi e tedeschi; di fallimento di un’Unione Europea che, per essere salvata nelle sue migliori idealità, deve essere radicalmente ripensata, altrimenti è solo vessatoria; di un europeismo che deve essere condizione di possibilità plurale e non l’ultimo dispotico dogma di certuni preti ormai secolarizzati che cianciano, costantemente impuniti, di “sovranismi sanitari” o di sinistre insipienti che, a parte la riduzione a chiassosa e abusata retorica delle problematiche serissime del razzismo (e, quando serve, dell’antisemitismo), hanno purtroppo smarrito buona parte dei loro contenuti ideali.

L’auspicio, che diviene accorata preghiera, è che il cambiamento, per doloroso che sarà, abbia il meno possibile il carattere cinico, a cui siamo tristemente da troppo tempo usi, profetizzato da Tomasi di Lampedusa «che tutto cambi, perché nulla cambi».

Foto Ansa