Liliana Segre e quella via di Verona

Non si può mettere sullo stesso piano valoriale, politico e culturale vittima e carnefice (potenziale o effettivo che sia), fascista e antifascista, razzista e antirazzista.

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È profondamente urtante il cortocircuito messo in atto dal Comune di Verona circa Liliana Segre e Giorgio Almirante, e, lo confesso, sono molto contrariato. Essendo la cittadinanza onoraria e la dedicazione di una strada atti “simbolici”, non è per nulla peregrino ragionare sul senso che tutto ciò veicola. Ed è ciò che mi propongo di fare.

Certamente, ma è la riflessione tristemente più banale e scontata, può essere indicativo tanto dell’assenza di una strategia politica lungimirante e avvertita, quanto di un dibattito politico sempre più deteriorato e demagogico, teso a disorientare, stupire e urtare, e che, con vizi e mali specifici, attraversa trasversalmente, polarizzandole in maniera insana, le nostre forze politiche.

Vorrei fare una doverosa premessa. Dalla quarta superiore mi recavo al Binario 21, all’epoca appena preservato e con il Memoriale in progettazione, per ascoltare le testimonianze di Giuseppe Laras e di Liliana Segre. Ero un ragazzo come tanti. Mi recavo lì perché avevo l’esigenza, persino talora l’urgenza, di dar voce a vissuti personali e familiari, alcuni noti e ricompresi, altri rimossi e taciuti. Faccende private, intime. Poi iniziai a essere puntualmente presente colà per accompagnare Rav Laras. Sono cresciuto con le testimonianze di Liliana Segre: un lavoro rammemorante faticoso e doloroso, condiviso con ferma discrezione e con severa eleganza. Ho dunque un debito personale enorme con Liliana Segre, che in più occasioni mi ha commosso e che ha contribuito ad ampliare il mio universo morale. Non solo: per esperienza personale so bene che Liliana è persona provvista di due qualità umane estremamente rare, tanto esigenti quanto ruvide, mai state alla moda in nessuna stagione della storia umana: crede nell’amicizia e nella lealtà. L’umanità ha un debito nei riguardi dei testimoni, che, specie dai prossimi anni, risulterà sempre più inestinguibile.

Per essere franco, devo anche premettere al lettore che, personalmente, la Commissione Parlamentare e altre posizioni politiche mi hanno lasciato perplesso. Tuttavia, è gran bene che si discuta al riguardo, anche animatamente, con opposizioni dure ma dignitose. Ed è ben possibile, ovviamente, che, in proposito, in definitiva, Liliana abbia ragione e io torto. Il problema principale, comunque, è la qualità della discussione offerta dai politici e dagli opinionisti, sovente infima, come pure la deplorevole attitudine di taluni a delegittimare il dissenso, squalificandolo in maniera spesso insolente e dispotica. Ma tutto questo, occorre dirlo, ha davvero ben poco a che fare con Liliana Segre.

Prima di entrare nel vivo dell’attuale caso veronese, vorrei segnalare due fatti. Anzitutto, si considerino i contenuti e le modalità espressive di risposta della signora Segre alla delibera del Comune di Verona, che è in sé, come vedremo, non poco offensiva: pacata fermezza, chiara e non sbavata determinazione. In secondo luogo, vorrei ricordare che, in relazione ai caduti fascisti e ai loro onori funebri, Liliana Segre, in netta cesura rispetto a una tradizione invalsa di politici e intellettuali spesso rabbiosi nei riguardi di misere spoglie umane (costoro ovviamente a vicende belliche terminate e a relativo poco rischio personale), ha dichiarato di rispettare tutti i morti. Liliana, coerentemente con la sua tempra morale e con profondi e radicati principi ebraici, ha ricordato il dovere di rispettare nel morto, esanime e inerme, l’umanità dell’essere umano, sottraendolo alla “cosificazione” e al dileggio. Gli odiatori, di qualunque colore politico o fede, in genere non risparmiano neppure i morti, contro cui si accaniscono invece con particolare viltà, non dissimilmente dai nazifascisti: dissacrano cadaveri; profanano cimiteri; dileggiano le ultime memorie familiari, impedendo ogni sorta di “corrispondenza di amorosi sensi”. Leggevo nello splendido romanzo dello scrittore olandese-persiano Kader Abdolah, censurato dal regime degli ayatollah, “La casa della moschea” – un capolavoro della letteratura mondiale dell’incipiente millennio -, che i devoti ayatollah khomeinisti impedirono finanche di seppellire nei cimiteri i poveri corpi degli oppositori musulmani del regime, con una spietatezza che avrebbe fatto inorridire persino gli antichissimi lettori di Omero. Perché dico questo? Perché questi due fatti, forse sfuggiti ai più, sono una lezione: si può essere fermi e irremovibili e, al contempo, educati e contraddistinti da pietas. Questa è una lezione importante, specie ai giorni nostri, ove il linguaggio è viziato da troppi mali, dall’incapacità espressiva alla banalizzazione seriale, dalle urla alle parolacce.

Veniamo ora pienamente ai fatti veronesi, di cui oggi ha scritto anche Mattia Feltri, salutati poche ore fa con positività da Giorgia Meloni.

Si sostiene, e anche con ragioni da tenere in considerazione, che Almirante abbia traghettato, con un cammino personale e politico anche segnato da ripensamenti, molti ex fascisti e nostalgici verso un’integrazione nel sistema democratico. Resta il fatto innegabile, tuttavia, che lo “strappo” determinante rispetto a quel passato, pagando resistenze e opposizioni, lo fece solo Gianfranco Fini. Alcuni ricordano il passato fascista del predicatore e moralizzatore laico e progressista Eugenio Scalfari e di altri suoi consimili, che, non solo non si sarebbero sufficientemente cosparsi il capo di cenere per la loro attiva militanza fascista all’epoca in cui convenne esserlo – ed esserlo persino entusiasticamente -, ma che, solo per essersi mondati i panni “in rosso”, sono divenuti poi con agio stimati pulpiti. Personalmente, nutro sempre molti sospetti verso moralisti e moralizzatori, religiosi e laici che siano, in ispecie quando non pagano mai dazio, anzi ci guadagnano in soldi, fama e quant’altro, dagli Azzariti (Presidente del Tribunale della Razza, poi Presidente della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana in quota rossa) ai Fo.

Torniamo a Giorgio Almirante: egli non fu un eroe italiano, come invece accadde a Giorgio Perlasca, anch’egli appieno militante nelle file di quella stessa destra, o, in un’epoca e con una storia personale diversa e fulgida, a Paolo Borsellino, un servitore dello Stato vicino alla cultura e alla politica di destra.

Almirante, come Azzariti, ebbe un passato di razzista convinto, e fu un fautore e ideologo del razzismo. Certamente Azzariti fu un individuo ignobile: antisemita nel senso più radicale e operativo del termine; ed è ancor più devastante per la coscienza civile del nostro Paese e delle nostre Istituzioni il fatto che costui abbia presieduto impunemente la Corte Costituzionale proprio con quel passato. Il fatto che questo sia accaduto, come pure che vi siano piazze e vie in Italia dedicate a questo signore, non giustifica però a posteriori che si reiterino profanazioni siffatte.

Di più. Chi scrive trova non meno odioso e inquietante che vi siano “corso Unione Sovietica”, “via Stalingrado” o strade dedicate a Togliatti o a Tito: si tratta di richiami irritanti a un altro regime totalitario, acerrimo nemico dell’umanità, con le mani ampiamente inondate di sangue e terrore.

Sarebbe poco educativo e con derive totalitarie iniziare però a purgare i nomi di queste strade e di queste piazze, specie se fatto in maniera sistematica, infervorati da pericolose e postume cacce alle streghe… Dall’accettare tutto ciò, ad avallare nuovi casi simili, di destra o di sinistra, resta tuttavia un ampio scarto, come buon senso e decenza dovrebbero rendere evidente ai più.

Vi è però un ulteriore quid, nell’onorare simultaneamente la senatrice Segre e Almirante. Ed è questo quid a essere violento, offensivo e inaccettabile: mettere sullo stesso piano valoriale, politico e culturale vittima e carnefice (potenziale o effettivo che sia), fascista e antifascista, razzista e antirazzista. E questo è perverso.

E mi ricorda il ragionamento analogo sotteso alle tremende parole di persone come don Bruno Venturelli o il vescovo Hudal, che si adoperarono per mettere in fuga dall’Italia molti criminali nazisti, successivamente sostenendo che “abbiamo aiutato tutti coloro che avevano bisogno, prima gli ebrei poi i nazisti, senza chiedere il nome: è così che si comportano i preti”. Parole che equiparano la vittima al carnefice, cercando di instillare pietà per quest’ultimo sfruttando la pena per la vittima; parole che accusano la vittima nel momento in cui la equiparano al carnefice per tentare di assolverlo; parole che identificano la fuga da persecuzioni inique e feroci all’esercizio della giustizia. Si tratta di pessimi individui che disonorano la memoria di tanti sacerdoti, alcuni martiri, che si adoperarono in maniera assai diversa, spesso eroica.

Questa violenza a Liliana Segre poteva essere risparmiata.

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