Lettera aperta a Marta Cartabia perché dica una parola chiara sulle unioni civili

Missiva al giudice e vicepresidente della Corte costituzionale a proposito del ddl Cirinnà e di quanto ne consegue

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Gentilissima ed eccellentissima dottoressa Marta Cartabia, ci permettiamo rivolgerci a Lei, in qualità di Vicepresidente della Corte Costituzionale, non che unica donna e il più giovane membro della Consulta, non solo per la funzione altissima che Ella ricopre. Ma perché tra tutti i componenti della Corte, senza nulla togliere agli altri illustri giudici che La affiancano, Lei si distingue per competenza e sensibilità in materia di diritti umani.

Sotto questo riguardo il Suo è curriculum unico e portentoso. Come segnala il Meeting di Rimini, il grande evento culturale a cui Lei stessa ha recentemente attribuito «qualche connessione» con la sua nomina, «perché sono stata nominata dal presidente Napolitano, credo una settimana dopo la sua visita al Meeting nel 2011» (“Cosa significa fare il giudice Costituzionale”, Rimini, 25 agosto 2015), Lei si è sempre distinta – e distinta per eccellenza di expertise – nello studio e nella cultura dei diritti umani. Ha al suo attivo decine di pubblicazioni in proposito ed ha ricoperto ruoli di assoluto prestigio nei più autorevoli consessi internazionali. Tra l’altro, Lei è stata chiamata dalla Commissione Europea a partecipare al Network of Independent on fundamental Rights e ha fatto parte in qualità di “Esperto italiano” dell’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione Europea a Vienna. Perciò, chi più di Lei può contribuire a chiarire con onestà intellettuale priva di ogni partigianeria i termini del dibattito che si sta svolgendo in tema di “diritti umani” connessi al tema del riconoscimento giuridico delle “unioni” tra persone dello stesso sesso? Sappiamo bene che un giudice costituzionale deve astenersi dall’interferire con il potere legislativo. Ma poiché, oltre alla rilevanza e singolarità del tema in discussione, c’è anche il fresco precedente del giudice Giuseppe Tesauro, che ancora da Presidente della Consulta rilasciò alla stampa (Corriere della Sera, 30.9.14) un’ampia intervista molto ben impostata e chiarificatrice su tutto un ventaglio di temi caldi in cronaca sociale e politica (dal caso Berlusconi alle riforme di Renzi, dalla mancata elezione da parte del parlamento di due giudici costituzionali alla sentenza con cui la Consulta decretò l’incostituzionalità dei tagli agli stipendi dei magistrati), ci aspetteremmo da Lei il coraggio e la magnanimità di offrire al popolo, ai suoi concittadini, una parola chiara, indipendente e competente in tema di diritti umani e civili. Tema oggi particolarmente attuale, ricorrendo un’ampia e, a tratti, aspra discussione sui diritti delle persone omosessuali.
Converrà dunque che Le illustriamo le questioni per punti.

1. Lei forse è a conoscenza del grande equivoco in circolazione che è il considerare “omofobo” o comunque ostile al riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, chiunque si opponga alle cosiddette “unioni civili” così come esse vengono regolate nel disegno di legge denominato “Cirinnà”. In verità, come sanno benissimo gli stessi sostenitori del dispositivo della senatrice democratica, non ci sarebbe alcun problema e, anzi, otterrebbe una pressoché totale, unanime adesione, in parlamento e fuori dal parlamento, una legge che riconosca alle coppie omosessuali tutti i diritti e doveri di una convivenza. Ciò che sembra inaccettabile alla luce della Costituzione italiana, è che il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali avvenga richiamando esplicitamente le norme che regolano il matrimonio e, quindi, connesso al matrimonio, le adozioni dei bambini.
Il disegno di legge Cirinnà prevede infatti un nuovo istituto giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso e colloca tale istituto all’interno delle “formazioni sociali” di cui riferisce l’articolo 2 della Costituzione anziché il 29 sulla famiglia. Nel concreto, però, quando la stessa legge passa a disciplinare nei suoi articoli il regime del nuovo istituto, tutti i riferimenti richiamano espressamente lo status del matrimonio (testimoni del rito, cognome del coniuge, regole che si applicano agli impedimenti e alle cause di nullità matrimoniale, pensione di reversibilità, obbligo per l’Italia di riconoscere i “matrimoni” gay contratti all’estero eccetera). Tale sostanziale identità tra “unione” e “matrimonio” civile, emerge definitivamente nell’articolo che consentirebbe l’adozione dei bambini. La cosiddetta “stepchild adoption”, che per una coppia di persone di sesso maschile, essendo strutturalmente impossibilitata a esprimere maternità, non significa altro che la legittimazione della pratica cosiddetta “dell’utero in affitto”. Insomma, si tratta di una legge che punta introdurre il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, epperò in maniera surrettizia, senza neppure avere il coraggio, la franchezza, la lealtà, di investire la Costituzione di questa rivoluzione antropologica, sociale e del venire al mondo e della vita dei bambini.
Non a caso, il segretario della Conferenza episcopale italiana monsignor Nunzio Galantino ha appena affermato che «quello che impressiona negativamente è l’assenza di attenzione nei confronti di quelli che poi subiscono le conseguenze di certe scelte: i bambini! Ho l’impressione che la nostra società e le soluzioni che attraversano la proposta di legge siano “adultocentriche”: il “diritto” al figlio, la pretesa in alcuni casi di volerne determinare le fattezze fisiche e le qualità interiori mi sembrano pratiche eugenetiche, non molto lontane da quelle universalmente condannate nel secolo scorso e che portavano un nome tristemente noto». Dunque, stimatissima Giudice e Vicepresidente della Consulta, non le sembrano tutte quelle descritte sopra obiezioni costituzionalmente e umanamente fondate?

2. L’articolo 29 della Costituzione italiana recita: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Sia detto per inciso: si immagina Lei, illustre Giudice e Vicepresidente della Consulta, quale matrimonio avevano in mente padri costituenti quali Togliatti e De Gasperi allorché, pur da posizioni politiche e culturali radicalmente opposte, convenivano sulla necessità di ancorare la Repubblica alla “cellula fondamentale della società”?
È evidente che la Costituzione italiana NON definisce il matrimonio, né definisce la famiglia, cioè non li fonda. Bensì la nostra Costituzione «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». È qualcosa di più e significa che non sono la Costituzione o la Legge che fondano la famiglia, ma il dato di natura, l’unione di uomo donna in quanto generativi, anche solo potenzialmente, di nuovi individui. Dunque, secondo la Costituzione (e non può essere che così perché altrimenti la Costituzione dovrebbe riconoscere tutti i tipi di legame affettivo, compreso la poligamia) l’oggetto di tutela giuridica non è l’amore, non è il legame affettivo, non è il dato sentimentale, ma è il rafforzamento della posizione dei coniugi, attraverso un sistema di diritti e doveri, in funzione di garanzia dei figli. Perché i figli sono il futuro e la sopravvivenza della società. Il riconoscimento del dato naturale del rapporto uomo-donna in quanto generativo, significa che non è la legge che fonda ma che tale dato è preesistente.
Ora, nella legge Cirinnà, si evita di parlare di “matrimonio” perché chiaramente il termine solleverebbe un problema di costituzionalità. Ma nei fatti, come detto sopra, si fa delle “unioni civili” un istituto praticamente identico a quello matrimoniale. È un trucco da nominalismo giuridico: si fa ricorso a termini equivalenti al “matrimonio”, non per non urtare i cattolici, ma per aggirare la Costituzione. “Unioni civili” – nell’interpretazione che di tali unioni danno gli articoli del ddl Cirinnà – è un po’ come chiamare la bottiglia “recipiente per contenere liquidi”. Si usa una perifrasi ma la sostanza è identica. E poiché il presupposto del riconoscimento giuridico che il nostro ordinamento assicura all’unione uomo-donna sta nella tutela dei figli, allora si capisce perché i sostenitori della legge Cirinnà non vogliono rinunciare alla “stepchild adoption”: i benefici del riconoscimento sono rafforzati dalla possibilità di avere minori. Per assicurare i benefici alla coppia di persone dello stesso sesso, si utilizzano i minori. La tutela del vincolo, della relazione tra due adulti, non è in funzione dell’interesse del minore, ma è il minore a essere utilizzato in funzione della valorizzazione del vincolo per assicurare i benefici agli adulti.
Gentile Vicepresidente, non vede in tutto ciò un cinico ribaltamento del punto di vista e dell’interesse da tutelare? Non vede un’assoluta messa in mora e contraddizione del rispetto del minore, il più debole, il bambino, portatore del diritto umano fondamentale di avere una mamma e un papà?

3. Donne, femministe, persone omosessuali e addirittura uno storico leader del movimento Lgbt hanno sottoscritto un manifesto che chiede la messa al bando della pratica «abominevole» (Livia Turco) del cosiddetto “utero in affitto” o “maternità surrogata”. Pratica che non può essere esclusa – per ragioni biologiche evidenti – in una qualsiasi legge che ammetta la possibilità di adozione da parte delle coppie omosessuali. Come la legge Cirinnà. Ora i cardini del manifesto sottoscritto da queste donne, femministe e persone comuni sono i seguenti. Rifiuto di considerare “utero in affitto” o maternità surrogata” atti di libertà o di amore. Rifiuto dell’idea, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Rifiuto di considerare i bambini cose da vendere o da “donare”. Rifiuto di considerare i bambini come prodotti programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce, trasformandoli quindi in orfani e merce. Rifiuto di considerare “il desiderio di avere figli” come un diritto da affermare a ogni costo.
In conclusione il manifesto di queste donne, femministe e persone comuni che hanno fatto «appello alle istituzioni europee affinché la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale» si fonda sull’affermazione sintetica e fondamentale che «nessun essere umano può essere ridotto a mezzo».
Signora Vicepresidente, come donna e come laica cristiana, come studiosa dei diritti umani e come persona comune, lei non pensa che sia un dovere morale sottoscrivere questo manifesto?

Perdoni se insistiamo, ribadiamo e osiamo chiederLe una Sua gentile ricognizione e risposte rispetto a queste domande. Ma Lei stessa, ancora una volta intervenendo a quel Meeting dove per una magica congiunzione astrale si palesò la Sua nomina, citò il libro di un grande dissidente del totalitarismo ideologico e politico che poi divenne il presidente della libera Repubblica Ceca. Si trattava di Vaclav Havel e del suo libro Il potere dei senza potere. Ecco, presentando il valore gigantesco di quella figura che prese parola quando tutto sembrava contro la vita e nessuna la probabilità di resurrezione dal totalitarismo e dai suoi slogan che tutti ripetevano per timore di perdere il posto di lavoro, essere perseguitati e respinti nella massa dei paria, Lei disse questo citando il suo amico e capo di movimento di Comunione e liberazione don Julian Carrón: «Anche nelle parole di Carrón, quando dice: “Di fronte al buio quello che conta non è né lamentarsi del buio, né parlare della luce, ma accendere un accendino”. È l’idea della testimonianza come un fattore che può provocare una novità anche su ampia scala, per quanto piccola possa essere la fiamma da cui promana quella luce. Perché, dice Havel, le conseguenze di una luce che si illumina sono imprevedibili, tant’è vero che il regime reagisce in modo sproporzionato di fronte ad un uomo che toglie il cartello: gli toglie il lavoro, gli toglie il pane, perché dice “non si può mai sapere quando una palla di neve, un gesto piccolissimo, potrà diventare una valanga. Perché tutti coloro che vivono nella menzogna possono sempre essere folgorati dalla verità”».

Stimatissima Marta Cartabia, eccellentissimo Vicepresidente e giudice della Corte Costituzionale, non è forse questo il tempo della testimonianza, di una piccola luce, del coraggio di sostenere nella vita del popolo la fuoriuscita dagli slogan del potere e della menzogna?

Foto Ansa


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