Lettera aperta ai dieci saggi. Le carceri italiane tra vendetta e assurde illusioni

Il problema non è illudersi che, dopo una “giusta punizione”, chi ha sbagliato magicamente migliori, ma è indispensabile che si creino le condizioni per una nuova vita

Negli ultimi tre anni ho dovuto relazionarmi quotidianamente con il mondo delle carceri italiane e mi sono più volte chiesta come un Paese civile possa accettare una situazione come quella dei nostri istituti penitenziari: come ci si può scandalizzare per l’allevamento delle galline in gabbia (con tanto di servizi nelle trasmissione tv più seguite d’Italia) e tollerare che degli uomini vengano trattati come bestie, in spazi e condizioni talvolta peggiori di quelli degli amici pennuti?

La maggior parte di loro presto o tardi uscirà (su 65.000 detenuti alcune decine di migliaia prima o poi torneranno di nuovo tra noi!): come vorremmo che fossero quando saranno di nuovo qui?

Questa è una domanda scomoda, che non si può fare mai, perché quando un uomo o una donna vengono arrestati, soprattutto per crimini violenti, quel che desideriamo è soltanto una “buona vendetta”, una punizione che li faccia soffrire tanto quanto siamo stati male noi. Molto spesso non si arriva ad evocare la pena di morte, ma nei fatti è ciò che vorremmo: vorremmo ripagare un male con un male identico oppure dimenticarci di chi è stato recluso, che sparisse per sempre.

Per fortuna invece ciò non accade, perché quei “mostri”, quelle “bestie” rimangono fino alla fine uomini, anche se noi smettiamo di considerarli e trattarli come tali; dunque il problema non può essere quello di illudersi che, dopo una tale “giusta punizione”, chi ha sbagliato magicamente migliori, ma è indispensabile che si creino tutte le condizioni attraverso le quali sia possibile una rinascita, una nuova vita.

Chi di voi, per migliorare la camminata di uno zoppo, gli amputerebbe la gamba sana?

Questo è invece il criterio con cui guardiamo e “correggiamo” chi ha sbagliato: piuttosto che rafforzare ciò che di buono c’è, ciò che di buono è rimasto in ciascuno, ci vendichiamo al punto da rendere quasi impossibile la ripresa del cammino.

Speravo in un nuovo governo che potesse riformare la giustizia, che alleggerisse la situazione nelle carceri (insostenibile anche per chi ci lavora), ora è stato chiesto a voi di prendere il timone e spero che, tra crisi economica e politica, vi resti del tempo per guardare anche dietro le sbarre, perché anche se fingiamo che non esistano, anche se facciamo di tutto per tenerle lontano da noi, le carceri sono e restano lì, gridando in silenzio.

Buon lavoro,

Giuditta Boscagli