Lei è Fatma, filippina di 23 anni ustionata dal suo datore di lavoro saudita perché ha preparato il caffè troppo lentamente

La donna è stata ustionata nella famiglia musulmana dove lavorava come governante e non è stata portata in ospedale prima di sei ore. Sono oltre un milione i migranti che vengono trattati come schiavi nel Regno

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Una giovane filippina di 23 anni, in Arabia Saudita per lavorare come governante, è stata gravemente ustionata dalla madre del suo datore di lavoro musulmano, che le ha tirato sulla schiena e sulle gambe dell’acqua bollente per non aver preparato il caffè abbastanza rapidamente. Il caso di Fatma (nome fittizio), che ora si trova al sicuro all’ambasciata filippina di Riyad, è stato diffuso dal cugino su Facebook e rivela ancora una volta quanto i migranti vengano trattati in modo disumano nel regno islamico.

USTIONATA E COSTRETTA A LAVORARE. La ragazza si trovava a Riyad da appena due mesi. Fin da subito, racconta il cugino, è stata picchiata e privata addirittura del cibo. Dopo averla ustionata in modo deliberato, la donna saudita non l’ha portata in ospedale per oltre sei ore ma le ha chiesto di continuare a lavorare. Quando la situazione si è aggravata, è stata condotta in una clinica e qui Fatma ha dato il numero di telefono del cugino ai medici. Quando questo è arrivato in suo soccorso, è riuscito a portarla all’ambasciata filippina dove è stata presa in custodia. Successivamente ha postato la foto delle ustioni riportate da Fatma, narrando la sua storia.

MIGRANTI TRATTATI COME SCHIAVI. Fatma è solo una delle tante donne di origine filippina che in Arabia Saudita vengono trattate come vere e proprie schiave. Secondo un rapporto stilato nel 2012 dalla Committee on Oversaes Workers Affair, che opera con il governo filippino, il 70 per cento dei lavoratori impiegato come domestici o badanti nel Regno ha subito almeno una volta torture, maltrattamenti e abusi fisici o psicologici dal datore di lavoro.

MILIARDI DI DOLLARI. Nelle principali città del Regno circa un milione e 100 mila immigrati filippini (e 1,2 milioni di indonesiani), che in patria non riescono a trovare lavoro, svolgono tutti i lavori pesanti che i sauditi non vogliono fare. Nonostante la paga che ricevono nel paese ricco di petrolio sia molto bassa, riescono a inviare alle proprie famiglie che restano nelle Filippine sufficiente denaro per mantenerle. Nel 2010 su 17, 1 miliardi di dollari entrati nelle Filippine dall’estero, 7,9 miliardi provenivano dai migranti in Arabia Saudita, un vero e proprio traino economico per tutto il paese.

STUPRI E LAVORO MASSACRANTE. Una volta assunti, i lavoratori filippini non qualificati, specie le donne, subiscono continue violazioni dei diritti umani: secondo il rapporto di Cowa, sono all’ordine del giorno stupri, pestaggi, lavoro massacrante fino a 20 ore al giorno, privazione del cibo e del sonno, mancato pagamento del salario, confisca del passaporto da parte del datore di lavoro e abusi psicologici, anche legati alla fede cristiana dei lavoratori. Sono infatti tristemente famose le storie di donne filippine, a stragrande maggioranza cristiane, alle quali i datori di lavoro hanno impedito di pregare o che hanno cercato di convertire a forza all’islam.

IL GOVERNO NON FA NIENTE. Nonostante i tanti casi conclamati, le autorità saudite si rifiutano di incriminare i propri cittadini e tendono a minimizzare i soprusi. Il governo filippino, dal canto suo, non ha ancora indicato l’Arabia Saudita come luogo pericoloso dove recarsi a lavorare all’estero e non è mai riuscito a trovare un accordo con Riyad per garantire un contratto di lavoro equo e condizioni accettabili ai suoi cittadini nel Regno.

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