Le strane alleanze con il caro nemico Putin

Tutti attaccano Putin per le sue politiche antidemocratiche. Ma nessuno vuole davvero privarsi della forza di Mosca, nuova entità stabilizzatrice per l’Europa, l’Estremo Oriente e perfino per gli Stati Uniti

Le solite quattro Femen (per di più fisicamente poco dotate) ad Hannover, un migliaio di militanti e simpatizzanti dei movimenti Lgbt ad Amsterdam, misurate espressioni di critica da parte del governo tedesco e del portavoce del sindaco della capitale olandese per le recenti iniziative delle autorità russe. Non si può proprio dire che il “dittatore” Putin sia stato sommerso dallo sdegno popolare o gestito con imbarazzo dalle autorità di Germania e Olanda nella sua visita in quei paesi settimana scorsa. Le premesse per affollate proteste di piazza e per un rinvio o un ridimensionamento dell’appuntamento c’erano tutte. Le settimane precedenti l’arrivo di Putin nel nord Europa hanno visto raid in serie da parte di ufficiali giudiziari e del fisco nelle sedi moscovite di duemila Ong straniere o russe finanziate prevalentemente dall’estero. Oltre a mostri sacri come Amnesty International, fra le entità oggetto delle attenzioni speciali dei procuratori russi le fondazioni Konrad Adenauer e Friedrich Ebert, rispettivamente think tank dei partiti cristiano-democratico e socialdemocratico tedeschi. Dall’anno scorso una nuova legge sulle Ong impone a quelle che ricevono finanziamenti dall’estero di registrarsi come «agenti stranieri», una dizione che ai tempi dell’Unione Sovietica designava peggiorativamente gli oppositori interni. Intanto la Duma ha approvato in prima lettura una legge che proibisce la “propaganda omosessuale” verso i minori di 18 anni. Il privato che violasse la legge dovrebbe pagare una multa equivalente a 125 euro, ma se a promuovere lo stile di vita gay fosse un’associazione o una Ong, la multa salirebbe subito a 12.500 euro.
Insomma, ce n’era abbastanza per proteste su larga scala o per un ritiro dell’invito, ma così non è stato. Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle (gay dichiarato) ha ammonito che le inchieste amministrative o giudiziarie sulle Ong avrebbero potuto avere durevoli conseguenze negative sulle relazioni bilaterali fra i due paesi. Meno di una settimana dopo Putin era sottobraccio alla Merkel nei padiglioni della fiera di Hannover. La quale sull’argomento si limitava a dire che occorreva dare «una chance alle Ong». Ma anche la Russia avrebbe potuto con ragione mandare a monte o quasi il tour: dopo tutto Germania e Olanda (il paese della mina vagante nonché presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem) sono i principali responsabili del pasticcio di Cipro, che costerà agli oligarchi russi depositanti nelle banche cipriote, fra i quali si contano non pochi amici di Putin, la bazzecola di qualche miliardo di euro. L’ex presidente e primo ministro Medvedev ha evocato al riguardo gli espropri bolscevichi ai danni dei possidenti russi, un presentatore della tivù di Stato addirittura i sequestri di beni degli ebrei tedeschi da parte del governo nazista.

E invece nonostante tutto questo ad Hannover è andata regolarmente in scena, per la seconda volta nel decennio, una grande fiera avente come ospite d’onore la Russia. Le ragioni hanno la faccia dei numeri: quindici anni fa, quando il governo di coalizione fra socialdemocratici e Verdi decise di incoraggiare la cooperazione economica con la Russia, l’interscambio economico fra i due paesi ammontava a 15,1 miliardi di euro. Alla fine dell’anno scorso la cifra era salita a più di 80 miliardi; la Germania è il primo partner commerciale della Russia, la Russia è il decimo partner (in ascesa) della Germania. Anche la piccola Olanda ha il suo interesse a non tormentare troppo l’orso russo: compagnie moscovite del settore energetico hanno investito grosse somme per lo sviluppo dei terminali del porto di Rotterdam, punto di transito di petrolio e gas russi, e nuove estensioni sono previste. La Shell (anglo-olandese) aspettava la visita di Putin per firmare un accordo di cooperazione con Gazprom nel mare Artico. La quale ha sua volta ha annunciato, insieme alla compagnia olandese Gasunie di cui è socia in Olanda, di voler ampliare il sistema di gasdotti che porta il gas russo in territorio olandese. Inoltre, molte aziende russe operanti nell’Unione Europea si registrano nel paese della regina Beatrice per convenienza fiscale. I gay di Amsterdam dovranno farsene una ragione: contro la Russia “omofoba” si può protestare, ma non la si può proprio boicottare, se si è olandesi.
L’interesse è palesemente reciproco: ai nordeuropei interessano il gas e i consumatori russi, a Mosca interessano le tecnologie occidentali e la possibilità di espandere la sua presenza nel mercato energetico europeo. Ai tedeschi interessa esportare verso Est in un momento come quello attuale che vede scemare le loro esportazioni verso Sud a causa delle crisi bancarie e del debito sovrano nei paesi dell’Europa meridionale. La Russia è un paese che cresce a tassi del 3,5 per cento all’anno, dove la disoccupazione ufficiale è appena del 6 per cento, ma mancano i macchinari industriali e molti beni di consumo: le opportunità per l’export sono grandi.
Diciamolo in un altro modo, allargando un po’ la visuale: oggi la Russia è un elemento di stabilizzazione economica e politica per l’Europa (Ue ed extra-Ue), ed è per questo che nessun europeo continentale ha intenzione, al di là dei mugugni, di mettere in quarantena Mosca per le sue politiche liberticide vere o presunte. L’interscambio commerciale russo-tedesco e russo-nordeuropeo interessa anche i paesi cosiddetti Piigs: la flessione dell’export tedesco verso l’Europa meridionale a causa della crisi economica dei paesi di tale regione di per sé innescherebbe una spirale recessiva terrificante, perché esportando sempre meno i tedeschi sarebbero anche sempre meno motivati a importare dai paesi mediterranei. La possibilità per la Germania di sostituire i profitti dell’export in flessione verso l’Europa del Sud con quelli dell’export in ascesa verso la Russia ridà respiro anche alle economie del Sud Europa: i tedeschi continueranno ad avere guadagni che possono spendere nel Mediterraneo. Questa triangolazione ha le sue ricadute politiche benefiche: se la Germania continua a comprare dal Sud Europa coi profitti del suo interscambio con la Russia, l’ipotesi di una frammentazione dell’Unione Europea si allontana.

I RAPPORTI CON LE NAZIONI. 
A ventidue anni dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, si può serenamente dire che il ruolo stabilizzatore della Russia nei riguardi dell’Europa occidentale non è un fatto contingente, ma un dato strategico. Il rapporto tempestoso con la Nato, la denuncia putiniana del sistema di difesa antimissilistica americano in Europa come uno strumento per sottomettere la Russia, le proteste di Mosca contro le ingerenze negli affari interni russi ogni volta che le capitali europee si lamentano del trattamento poco tollerante riservato dal potere agli oppositori, non traggano in inganno: la Russia di Putin e di Medvedev è perfettamente consapevole dei suoi limiti economici, militari e geopolitici, nonostante tutta la retorica degli ultimi dieci anni è perfettamente consapevole di non poter essere la nuova incarnazione della vecchia Unione Sovietica. Con ottomila chilometri di confini perlopiù con la Cina in Estremo Oriente da gestire al meglio per non ritrovarsi una Siberia sotto influenza cinese nei prossimi anni, la minaccia dell’islam estremista sul punto di risorgere non appena gli Stati Uniti e la Nato si saranno ritirati dall’Afghanistan e le tensioni nel Caucaso per nulla concluse, la Russia non ha né i mezzi né la volontà per una politica muscolare di ricatti a base di testate atomiche con l’Europa come ai tempi della Guerra fredda. Anche perché un’ideologia internazionalista con cui sedurre una parte delle élites e una parte delle masse popolari europee, Mosca non ce l’ha più. A questo si aggiunga il perdurante inverno demografico, che ha ridotto la popolazione della Federazione russa dei 148,6 milioni del 1991 ai 143,2 milioni dello scorso anno (mentre nello stesso periodo di tempo la popolazione americana cresceva da 252,1 a 312,8 milioni) e che non accenna a un cambio di stagione, essendo il numero dei figli per donna fermo a 1,7, ben sotto la soglia del rimpiazzo generazionale.
Il generale Carlo Jean è di questo stesso avviso: «Quando si guarda all’estensione delle frontiere, all’andamento demografico e alle limitate risorse economiche, si capisce che la Russia non sarà mai una nuova Urss: il suo ruolo è ormai quello di una potenza regionale. Restano elementi della vecchia potenza globale, prima di tutto l’arsenale atomico, paragonabile a quello degli Stati Uniti. Ma i problemi geopolitici prioritari della Russia sono il Caucaso e l’Asia centrale: da essi dipende l’integrità delle frontiere meridionali e la possibilità di evitare infiltrazioni islamiste nel territorio russo. Esercitare contemporaneamente pressioni tipo quelle della Guerra fredda sugli stati baltici e sui paesi dell’Est europeo che ormai fanno parte della Nato e dell’Unione Europea, sarebbe suicida: Europa e America negherebbero alla Russia la cooperazione economica di cui ha bisogno per svilupparsi».
Dunque Vladimir Putin può essere giudicato sincero quando propone la creazione di uno spazio economico comune da Lisbona a Vladivostok. Di ruolo stabilizzatore della Russia si può parlare anche per l’Estremo Oriente, dove essa collabora con Cina e India attraverso gli strumenti rappresentati dai summit dei paesi Brics e dallo Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (dal nome del luogo della prima riunione) che riunisce sei paesi che hanno confini nell’Asia centrale (fra cui la Cina) e cinque osservatori (fra cui l’India). Nella crisi coreana la Russia non interviene, lasciando l’iniziativa a Cina e Stati Uniti. Più discusso il ruolo russo in Medio Oriente: la difesa a oltranza della Siria di Bashar el Assad è leggibile dentro la consueta strategia di contenere la penetrazione degli Stati Uniti e dei loro alleati, in questo caso l’Arabia Saudita, e di fiancheggiare gli avversari degli americani e dei loro alleati (in questo caso l’Iran e gli Hezbollah libanesi). Paradossalmente, però, si potrebbe parlare di effetto stabilizzatore anche in questo caso: un brusco passaggio della Siria dal campo sciita (in cui è collocata) a quello sunnita riaprirebbe le ostilità nei paesi dove i rapporti fra sunniti e sciiti sono tesi: Libano, Bahrein e Iraq.
Anche il tormentato rapporto con gli Stati Uniti può essere letto in una chiave più benigna e realistica di quanto molti osservatori fanno: a Mosca non è ancora sopito il rancore per il trattamento da potenza sconfitta subìto al termine della Guerra fredda, con l’allargamento della Nato ai paesi dell’ex Patto di Varsavia, l’annullamento dei negoziati sulle limitazioni agli armamenti, il sostegno alle rivoluzioni arancioni e le umiliazioni subite nei Balcani. Inoltre l’antiamericanismo si è rivelata una moneta politicamente spendibile a uso interno quando Putin ha voluto rimarcare la sua distanza e differenza dal predecessore Eltsin. Ma insieme a questo, i russi hanno sempre avuto ben chiaro che un rapporto contemporaneamente di polemiche e di negoziati con gli Stati Uniti, di critiche e insieme di partnership con la Nato, di denuncia dell’egemonia americana ma anche di puntuali collaborazioni è la strada maestra per mantenere a Mosca una parvenza di status di potenza globale. E il “reset” delle relazioni con la Russia voluto da Obama all’inizio del suo primo mandato indica che l’America ha compreso da lungo tempo l’antifona. Usa e Russia si guardano e si pubblicizzano come rivali globali, ma Washington ha permesso alla Russia di entrare a far parte del Wto quando avrebbe potuto comodamente bloccare il suo accesso, e Mosca, con tutta la sua retorica contro l’imperialismo americano, ha permesso alle truppe Nato in Afghanistan di ricevere rifornimenti e armamenti attraverso il Northern Distribution Network, cioè garantisce il passaggio aereo e terrestre sul suo territorio dei rifornimenti militari Nato destinati all’Afghanistan. Non male come collaborazione fra due rivali strategici.